LA SCOPERTA DEL BENIN:

DSC00981La terra del Vodoun

Sono arrivato in Benin , dopo quasi otto anni di viaggi in Africa. ma è qui che ho trovato quello che cercavo.

Sul vodoun è stato detto tanto, non ripeterò. Basterebbe riguardare, ogni tanto, l’opera di Mauro Burzio, caro amico.

Mi fermo su dei ricordi di questo paese.

Il 10 Gennaio di ogni anno.

Su tutta la costa con il centro in Ouidah, si radunano sulle spiagge e nei monasteri voudun migliaia di praticanti e turisti.

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Il responsabile supremo, fa delle offerte al mare e alle divinità coinvolte nel rito. Su tutta la spiaggia ci sono gruppi che festeggiano, danzano, cantano, fanno processioni ed offerte.

Ho avuto occasione di partecipare ad una di queste.

Hounongan
Ho incontrato Hounongan sulla spiaggia, vicino al suo villaggio.IMGA3444

Si stava preparando per fare la cerimonia per le sue entità e marciare a piedi da casa sua per circa 3 chilometri, fino alla spiaggia.

A metà del  percorso ho incontrato la sua processione .

Un uomo enorme, vestito di bianco, rosso e nero che cantava sorridendo e scuotendo i suoi due amuleti nelle mani. Dietro di lui, tutti danzavano urlando e invocando le divinità per le quali si stavano recando alla spiaggia.

Donne, uomini, bambini tutti vestiti di bianco, gli uomini spesso a petto nudo. Tutti comunque scalzi.

Abbiamo cantato e celebrato la divinità del mare. Mamì watà.

Da quel giorno non ci siamo più separati.

IMGA3318Quando vado in Benin a casa sua, dove “lavora”, cioè dove riceve le persone che hanno bisogno.

Durante l’iniziazione, mi dice, ha chiesto il dono della guarigione e gli è stato concesso.

E’ cieco o meglio non vede le stesse cose che vedo io. Cammina, mangia, danza benissimo, beve, organizza.
È un eccellente guaritore.

La sua tecnica è basata sull’enorme fede che ha e che pratica tutti i giorni.

Anziano militare, faceva parte dei reparti di soccorso militare, decorato più volte. Ora in pensione sì dedica solamente le sue divinità. E’ molto conosciuto, in televisione, giornali, passaparola conosciuto sotto il nome di papà Zenecà dove Senecà Senecà vuol dire semplicemente “tutto e subito” oppure cme ama lui dire “Ambress ambress” che è un po’ il suo stile di guarigione che tende al miracolo.

Adiborishà

IMAG1211Ve lo presento brevemente: è nato nel 1934 in Benin Africa.Da subito all’interno di un villaggio al nord del Benin, vicino al reame di Ketu, ha seguito le orme della sua famiglia, nata e vissuta e cresciuta all’interno del culto tradizionale del vodoun Nagò. Durante la gioventù ha fatto un incontro eccezionale, un uomo francese bianco si aggirava per il suo villaggio con una macchina fotografica. Aveva  tutta l’intenzione di esplorare e di fotografare i culti e le cerimonie all’inetrno dei quali, lui Adiborishà, era nato .

Quest’uomo era Pierre Vergè, che si avventura nel territorio di Saketè per poterci lasciare una delle più importanti opere fotografiche del tempo. Adiborishà  gli si offrì per portare le sue borse e i suoi pesanti cavalletti, nella sua lunga ricerca

benin orisha iniziazione vodoun

Quel giovane continuò la sua carriera diventando deputato parlamentare e potendo partecipare alle riunioni diplomatiche più importanti del suo paese.IMAG1244

Fece parte di organizzazioni e fondazioni che lo hanno portato spesso a viaggiare: Europa, Cina, America

Solo dopo diversi anni, reincontrò Pierre Verger. Nel frattempo Adiborishà era diventato uno dei rappresentanti più importanti della società segreta hogbony che tuttora detiene il segreto del culto degli  Egungun e degli antenati.

Tutt’ora fa da consigliere a diversi nobili,  responsabili dei culti tradizionali del suo paese.

Mi ha accolto quel giorno sulla porta di casa, mentre fumava la sua pipa. Aveva un paio di jeans raccolti in basso e una camicia blu aperta davanti per l’afa. I piedi  scalzi, mi ha sorriso. Mi ha chiesto che cosa era venuto a fare a casa mia l’uomo bianco.  Io, imbarazzato, sceso dal motorino,  mi sono presentato dicendo che qualcuno mi aveva inviato da uno dei più saggi conoscitori del culto degli Orisha di tutto il paese.  Ho chiesto se per caso era lui.  Sorridendo , mi ha stato risposto che per il momento ero arrivato nella casa Adiborishà, accompagnandomi nel suo salotto.

benin orisha iniziazione vodounLì, tra divani di velluto fastidiosissimi per i 32 gradi che c’erano, mi ha accolto lanciandomi la sfida della cerimonia delle presentazioni. Si allontanò e ricomparve, subito dopo, con una tazza piena di acqua fresca ed una bottiglia di gin con sopra dei micro bicchieri.

Stava misurando il grado della conversazione, in base a come avrei accettato ritualmente il bicchiere, dimostrando di conoscere il copione cerimoniale.

Si vede che il copione di piacque e da allora la conversazione assunse subito toni di chi conosceva che entrambi di fronte avevamo due amanti e figli delle stesse divinità.IMGA1997

Dopo un paio di ore di conversazione, interrotte sola da preghiere, prosternazioni, invocazioni, canti  e tanto gin,  che il vecchio saggio si prodigava ad insegnarmi. Un momento interessante fu quando andò nella sua vecchia biblioteca e tiro fuori un libro impolverato schiacciato fra altri libri ingialliti rimasti sotto una busta piena di noci di cola.

Su quel libro c’era scritto Orixa e portava la firma di Pierre Vergè.IMAG1166

Né rimasi incantato:  gioco delle simmetrie. Pierre Vergè, uno dei primi antropologi bianchi che fu iniziato agli Orisha in Africa, esattamente al culto di Ifà. Difatti, da allora, il suo nome è Pierre Fatumbì Verger. il vecchio si iniziò dopo aver co  nosciuto questo maestro francese ed io da antropologo non potevo che essere onorato di essere in una casa africana a parlare di un francese che fu iniziato lì e che visse in Brasile dove praticava il culto all’interno del quale io sono stata iniziato.

Un triangolo 🔺 perfetto.

Cosa facciamo ora. Gli orisha sono Uno : unire ciò che sembra diviso

Oggi

Dopo anni in cui ho viaggiato per abitare ed ritrovare una cultura di riferimento, per riconoscermi in un credo, ed appartenere ad una eggregora, uno stile, una tradizione, mi sono fermato._MG_3878

Mi sono accorto che non serve andare tanto lontano. Mi sono anche accorto di avere tutto a disposizione esattamente dove sono.

Così ho iniziato ad unire quello che apparentemente è diviso dalla geografia, dalla cultura, dalla lingua.

Così succede che ho incontrato degli amici, oltre che dei sacerdoti di grande esperienza.

Siamo tutti interconessi

IMG-20150521-WA0017Così sono iniziati momenti di incontro cross culturali. Dove ognuno porta la propria conoscenza e tecnica.

Adesso in un solo pomeriggio ci può essere una capanna sudatoria che onora la tradizione Dakota, nella yurta un maestro di qui qong, che lavora sulla meditazione del fuoco, ed io che nello stesso giorno faccio una cerimonia per la semina per orisha Okò, entità dell’agricoltura e del principio della crescita. IMG-20150728-WA0003

Ci sono state cerimonie emozionanti quando assieme ad un responsabile del culto cubano, di quello brasiliano ed un Oluwo africano ci siamo guardati, per la prima volta, mentre cantavamo lo stesso canto e compivamo lo stesso gesto. Canto e gesto imparato in tre territori totalmente diversi geograficamente, nell’illusione della separazione.

Lo scopo

 Lo scopo è di riunire tutte le sue manifestazioni, di riunire le sponde di oceani ora distanziate da troppe chiusure, da secoli di paura, di dominazione, di imposizioni, di razzismo, di ignoranza, di persecuzioni, di indifferenza, di religioni.

_MG_3888Riunire le sponde di una diaspora che non è solo negra. Ma è la diaspora dello spirito del corpo, del sud dal Nord, dell’est dall’ovest.
Gli Orisha sono specchi che riflettono un unico raggio. Non ci sono reami né regni, non ci sono re, né corone, non ci sono limiti né patrie.
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Con questa visione, nessuno deve proteggere nulla, nessuno ruberà più i segreti di nessun altro, nessuno si chiuderà più nel proprio orto, perché dobbiamo creare un unico grande campo e coltivarlo tutti insieme.
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Il mondo è Uno
Immagino che il mondo che sia Uno, ritrovare quel codice anemico, primordiale, essenziale che può far parlare insieme anime ora distanti, solo perché all’interno di codici apparentemente diversi.
Lasciamo le nostre lingue per le lettere dell’alfabeto che le accomuna tutte.
Non ci chiederemo più dove hai imparato, ma cosa sai fare.
Il mondo è quello che raccontiamo
I nostri difensori sono gli Orisha, non abbiamo bisogno di guardiani, di sigilli, di lucchetti.IMAG1214
Uno spirito diverso, che non ha colori perché li prende tutti, che non abita a Cuba, che non abita in Africa, non in Brasile nè ad Haiti. Questo spirito non appartiene a nessuno, non c’è nessuna tradizione, nessun codice, nessuna iniziazione che arriva a carpirne il segreto più di un’altra. Tutto e adesso, quando prego per i miei antenati loro sono qui ora. La tradizione è adesso.
Adesso è il massimo momento di potere.
Ascoltare assieme il ribollire del sangue, il fremito della schiena, l’apparire dei segni, il tremore delle gambe ed accogliere in umiltà il messaggio divino incarnato._MG_3901
Invito a pregare come con le parole del cuore, per unirmi a chiunque voglia unirsi.

Senza foglie niente Orisha : ricerca di chi non usa più sangue animale.

Mi chiamo Fadunnì, omò Ologun edè.

Sono il babalorishà reggente di Ilè ashé olò orisha, in Italia.

Sto cercando altri Babalorisha, Yalorisha, Obà, Oluwo che NON utilizzano più il sangue animale all’interno del cerimonie e dei rituali di Candomblé, Ifá, o Vodoun.

Mi piacerebbe scambiare informazioni con queste persone, scambiare soluzioni e tecniche che io ho trovato e che loro hanno trovato.

Convinto che la nostra spiritualità ha saputo adattarsi nel corso dei millenni, sono consapevole che l’umanità è in un momento di un grande e meraviglioso cambiamento.

Così come i nostri Ancestri hanno smesso di sacrificare vergini e ed esseri umani sugli altari degli Orisha, oggi siamo di fronte ad un nuovo grande cambiamento.

Il nostro pianeta ed i suoi abitanti hanno sempre meno bisogno di carne.

Tutta la consapevolezza dei nuovi uomini risvegliati negli ultimi anni, va verso forme di vegetarianesimo, veganesimo, e fruttarianesimo.

Così, come abbiamo smesso di usare i sangue umano sostituendolo con quello animale,  adesso , secondo me, è necessario trovare il modo di sostituire il sangue animale con altro sangue, conservando il potere e il mistero dell’offerta sacrificale.

C.E.U de Pai Cipriano: Xirês Candomblé

http://umbandapuracymy2.blogspot.it/p/xires-candomble.html?m=1

Preghiere Orisha

Bellissima raccolta di Preghiere e Canti per gli Orisha.

http://paitandy.no.comunidades.net/index.php?pagina=1763232024

Pierre Verger: ESHÙ – ÈLÈGBARA

Èsù in Africa

Eshù (Esu) è un orishà dagli aspetti molteplici e contradditori che non rendono facile una definizione coerente. Con il suo carattere irascibile, ama sollevare dissensi e discussioni e provocare incidenti e calamità pubbliche e private.
Egli è rude, grossolano, vanitoso, indecente a tal punto che i primi missionari, spaventati da queste caratteristiche, lo hanno assimilato al diavolo e ne hanno fatto il simbolo di tutto ciò che è cattivo,perverso, abietto, odioso, in contrasto con la bontà, la purezza e l’amore di Dio.
Egli ha, tuttavia, i suoi lati buoni e, se viene trattato con considerazione, agisce favorevolmente e si mostra servizievole e attento.
Se, invece, ci si dimentica di fargli dei sacrifici e delle offerte, ci si può
aspettare ogni forma di contrattempo e terribili catastrofi. In tal modo Eshù si dimostra il più umano di tutti gli orishà, ne completamente cattivo, ne completamente buono.
Egli ha selle qualità oltre ai suoi difetti poiché è dinamico e gioviale.
Coloro che, con fierezza, portano dei nomi come: “Esubiyif” (Eshù ha fatto nascere costui) oppure “Esutosin” (Eshù merita di essere adorato), rendono l’idea evidente che Eshù possa essere un orishà protettore.
In quanto personaggio storico, “Esu Obasin” era uno dei compagni di Odudua nel momento in cui arrivarono a “Ife”. In seguito egli divenne uno degli assistenti di Orùnmilà che presiede alla divinazione di “Ifa”.
Dopo Epega, Eshù diviene re di Ketu sotto il nome di “Esu Alàketu”.
Si tratta dell’Eshù che presiede alle attività del mercato del re in ogni villaggio; quello di “Oyò” è chiamato: “Esù Akesan”.
In quanto Orishà, si dice che sia venuto al mondo con un manganello detto
“ogo”, che avrebbe la proprietà di trasportarlo in poche ore a centinaia di chilometri e, dato il suo potere magnetico, di attirare oggetti posti a così grandi distanze.
Egli è il guardiano del tempio, delle case, delle città e delle genti. Lui stesso funge da portiere tra l’al di la e il mondo dei vivi e assume le funzioni di messaggero tra questi ultimi e gli dei. Tutto questo perché non si può fare nulla senza di lui e senza che gli si facciano delle offerte prima che a tutti gli altri dei, per neutralizzare le sue tendenze a provocare dei malintesi tra gli esseri umani e i loro rapporti con gli dei ed anche tra gli dei stessi.
Eshù ha avuto spesso delle dispute con gli altri dei e, non sempre, ne è uscito vincitore.
Alcune leggende ci raccontano dei suoi successi e insuccessi nei rapporti con Oshala a cui lui ha giocato più di un brutto tiro. Per esempio, per vendicarsi di non aver ricevuto certe offerte allorquando Oshala fu inviato da Olòdumare, il Dio Supremo, a creare il mondo, Eshù provocò una violenta sete a Oshala, che lo costrinse a
bere del vino di palma, con conseguenze disastrose. Vediamo altresi come Eshù fu responsabile del malessere dello stesso Oshala quando questi andò a rendere visita a Shango.
Per contro, in altre leggende pubblicate in precedenti lavori, si dice che ci furono dispute tra Eshù e Oshala per stabilire quale dei due fosse più vecchio e, di conseguenza, più rispettabile. Oshala provò la sua superiorità nel corso di un combattimento dalle molteplici peripezie e, alla fine si mise al sicuro dal potere di Eshù che divenne suo servitore.
Anche durante una competizione dello stesso tipo tra Eshù e Omolu, fu quest’ultimo che ne uscì vincitore.
Il lato cattivo di Eshù è evidenziato dalle storie seguenti, una delle quali, assai conosciuta, racconta il modo in cui egli fece litigare due amici che stavano lavorando in campi vicini. Con lo scopo di provocare il litigio, egli si mise in testa un berretto che da un lato era rosso e dall’altro bianco e si mise a camminare
lungo il sentiero che divideva i due campi. Dopo poco, uno degli amici fece allusione all’uomo dal berretto bianco, l’altro gli fece notare che il berretto era rosso. Siccome entrambi erano in buona fede insistevano sulla loro convinzione; incominciarono così a bisticciare con fervore e, infine, con collera, giungendo a
mettersi le mani addosso e ad uccidersi vicendevolmente.
Un’altra leggenda mostra un Eshù più machiavellico.
Egli andò a trovare una regina che era trascurata, da un po’ di tempo, dal suo sposo e le disse: “Portami qualche pelo della barba del re, tagliali con questo coltello: ne farò un amuleto che lo farà nuovamente innamorare di te come prima”.
Subito dopo andò dal figlio della regina, il principe ereditario, che viveva in un palazzo fuori delle mura di quello del re. Era quella la consuetudine, per prevenire ogni tentativo che potesse fare il principe di uccidere il re per salire a sua volta sul trono. “Il re parte per la guerra – gli disse – e ti prega di venire al palazzo questa sera, accompagnato dai tuoi guerrieri”.
Eshù andò quindi a dire al re: “La regina, ferita dalla tua freddezza verso di lei, vuole ucciderti per vendicarsi. Stai allerta questa sera.” Venne la notte, il re si mette a letto e fa finta di dormire e, ben presto, vede la sua sposa avvicinarsi con un coltello in mano e puntarlo alla sua gola; lei, come suggeritole, voleva soltanto tagliargli qualche pelo della barba e non assassinarlo, ma il re la disarma e incominciano a lottare con gran frastuono. Il principe, arrivato a palazzo con i suoi guerrieri, ode delle grida venire dalla stanza del re e si mette a correre. Vedendo il re con un coltello in mano, il principe pensa che voglia uccidere sua madre; il re, vedendo il figlio entrare nella stanza, in piena notte, armato e seguito dal suo esercito, crede che si voglia attentare alla sua vita e si mette a gridare aiuto, la sua gente accorre e ne segue una mischia indescrivibile e un massacro generale.
Una storiella più semplice mostra l’attività di Eshù nella vita di tutti i giorni: c’è una donna che sta vendendo la sua mercanzia al mercato; Eshù da fuoco alla sua casa, lei si precipita verso di essa, abbandonando le sue cose sulla piazza. Arriva troppo tardi, la casa è bruciata e, nel frattempo, un ladro ha rubato tutta la sua mercanzia.
Nulla di quanto raccontato sarebbe successo: gli amici non si sarebbero bisticciati, il re e il principe non si sarebbero massacrati a vicenda e la donna al mercato non sarebbe stata rovinata se soltanto ognuno avesse fatto delle offerte e dei sacrifici come è d’uso per Eshù.
Il posto consacrato a Eshù presso gli yorouba, è costituito da un pezzo di roccia porosa chiamato “yangì” o da un mucchio di terra grossolanemente modellato in forma umana, con occhi, naso e bocca formati da delle conchiglie; oppure è rappresentato da una statua ornata da collane di conchiglie, le sue mani sostengono delle piccole zucche, “ado” che contengono delle polveri da lui utilzzate per i suoi lavori. I suoi capelli sono intrecciati con un lungo nastro che ricade dietro la sua testa e forma come un cimiero che ricorda la lama di un coltello, di cui lui è provvisto, in cima al cranio.
Questa peculiarità fisica di Eshù è evidenziata da un dei suoi saluti: “Sonso abe, kolori erù”, “Il rasoio(sulla sua testa) è acuto, non si tratta (quindi) di una testa adatta a portare pesi”.
A Eshù si fanno offerte di caproni e di galli, di preferenza neri, e piatti di alimenti cotti nell’olio di palma, “epo”, ma mai gli si deve offrire olio di “palmiste”, “àdi”, cioè quello estratto dai noccioli contenuti dentro le noci e non la polpa che sta attorno. Quel “àdi” lo si ritiene pieno di “violenza e collera”.
Un’eccellente maniera di vendicarsi a buon conto di un nemico consisterebbe, dicono, nel versare sulla statua di Eshù dell’olio di “palmiste”, preferibilmente bollente, dichiarando a voce alta che tale offerta è fatta alla persona sgradita.
Allora Eshù, sicuramente manderebbe a quest’ultimo qualche disgrazia.
Gli “elegun” di Eshù partecipano alle cerimonie celebrate per gli altri orishà. Alcuni accompagnano Shango e portano sulla schiena un curioso armamentario dove figurano alla rinfusa due o tre statuette, delle collane di conchiglie, dei pettini, degli specchi e le indispensabili piccole zucche dette “adò”, che contengono gli elementi della sua potenza; altri “elegun” suoi, detti “olupona” partecipano alle cerimonie che hanno luogo tutti i quattro giorni di Ogun nella regione di Holi. Durante le loro danze, reggono in mano un “ogò” manganello di forma fallica.
Eshù può fare delle cose straordinarie espresse nelle tradizionali lodi a lui dedicate dette “oriki”:
“Eshù fa diventar dritto lo storto e viceversa.
Con un setaccio trasporta l’olio che ha comprato al mercato e l’olio non cola via da quello strano recipiente.
Ieri egli ha ucciso un uccello con una pietra che ha lanciato soltanto oggi.
Se si arrabbia, calpesta quella pietra che si mette a sanguinare.
Egli si siede sulla pelle di una formica.
Così seduto, la sua testa tocca il tetto, Stando in piedi, egli non raggiunge neppure (l’altezza) del focolare”.

LEGBA (Légba)

Presso i fon dell’ex Dahomey, Eshù-Elegbara porta il nome di Legba (Légba).
E’ rappresentato da un monticello di terra in forma di uomo accucciato, fornito di un fallo di misura rispettabile. Questo particolare è stato oggetto di osservazioni scandalizzate o divertite da parte dei numerosi viaggiatori anziani e lo si è fatto così passare per il dio della fornicazione. Quel membro in erezione in effetti
non è altro che la conferma del suo carattere truculento, gagliardo e senza vergogna e del suo desiderio di urtare la decenza.
I Legba, guardiani del tempio di “Héviosso” (vodun del tuono) e Sapata (vodun corrispondente all’orishà Sanponna degli yorùbá) si manifestano come intermediari dei “Legbasi” (simili agli Olupona) durante le cerimonie celebrate per questi vodun. I Legbasi sono vestiti con una gonna di rafia tinta di viola e portano a tracolla diverse collane di conchiglie. Portano, nascosto sotto la gonna un voluminoso fallo di legno che muovono di tanto in tanto mimando movimenti erotici. In più essi hanno una specie di scaccia mosche in mano che assomiglia ad un piumino viola nel quale è dissimulato un bastone in forma di fallo che essi brandiscono maliziosamente sotto il naso della gente presente, particolarmente sotto il naso dei turisti di
passaggio, poichè i Legbasi confermano i loro sentimenti ambivalenti davanti a queste esibizioni.

Eshù nel Nuovo Mondo

In Brasile, come a Cuba, Eshù è stato rapportato al Diavolo. Tuttavia non inspira un gran terrore, perché la gente sa che, se trattato con riguardo, Eshù lavora a fin di bene, vale a dire che lo si può mandare a fare del male alle persone cattive o a quelli dai quali si sono ricevuti dei torti o, ancora, a quelli verso i
quali si provano dei risentimenti.
Lo si chiama familiarmente il “Compare” o meglio l’uomo dei crocicchi, poiché è li che si devono posare di preferenza le offerte che a lui sono destinate.
Poche sono le persone che gli sono dedite, per via del suo supposto sincretismo con il Diavolo; la tendenza è quella di calmarlo, allor quando si manifesti, di “Assentar” di rabbonirlo per mezzo di sacrifici o di ereggergli un posto a lui destinato e consacrato e di fare l’iniziazione a favore di suo fratello Ogun con il
quale Eshù condivide il carattere violento e travolgente.
Il luogo consacrato a Eshù è, in generale, all’aria aperta o all’interno di una casetta isolata, oppure dietro la porta di casa. Egli è simbolizzato da un tridente di ferro conficcato in un monticello di terra, oppure qualche volta è rappresentato da una statuetta di ferro forgiato del Diavolo che brandisce un tridente.
Il lunedì è il giorno della settimana che gli è consacrato. Le persone che cercano la sua protezione indossano delle collane di perle di vetro rosse e nere. Gli si fanno le stesse offerte e sacrifici di animali come in Africa e tutto questo, prima di presentarle agli altri orishà.
A Bahia ci sono, dicono, ventun Eshù uno dopo l’altro, altri parlano di sette soltanto. Certi nomi possono essere considerati degli attributi, altri sembrano essere parole tratte da canti o formule di lodi;
eccone qualcuno:
“ Esu Elegba o Elegbara e Bara o Ibara da cui derivano forse: Esu Alaketu, Esu Laalu, Esu Jelu, Esu Akesan, Esu Lona, Esu Agbo, Esu Laroye, Esu Ina, Esu Odara, Esu Tiriri ecc…..”
Come abbiamo già detto, prima di realizzare lo “shire” degli orishà, la cerimonia pubblica in cui gli dei danzano, a Bahia si fa il “pade”, parola che in yorùbá significa incontro, riunione durante la quale Eshù è evocato, salutato, complimentato e mandato lontano con un doppio scopo: quello di andare a chiamare gli
altri dei che vengano a partecipare alla festa e quello di allontanarlo perché non venga a combinare qualche burla di cattivo gusto nel corso della cerimonia.

Archetipo

L’archetipo di Eshù è molto numeroso nella nostra società dove proliferano le persone dal carattere ambivalente, sia buone che cattive, ma con la tendenza alla cattiveria, la derisione,l’oscenità, la depravazione e la corruzione; le persone che sanno ispirare confidenza e poi ne approfittano, ma che hanno, per controparte, la facoltà di un’intelligente comprensione dei problemi degli altri e quella di saper dare buoni consigli e questo con il massimo zelo sperando di esserne ricompensati. Le macchinazioni intellettuali contorte e gli intrighi politici convengono loro in modo particolare e sono per loro delle sicure garanzie di successo nella vita.

Fonte: orixaspierreverger.pdf

Oshoguian e Osholufan

Articolo di presentazione della storia e della mitologia di Oshoguian e Osholufan.

http://toluaye.wordpress.com/2008/04/26/historia-lenda-e-mitologia-dos-orishas-oguian-e-oshalufan/