ỌMỌLU, IL MISTERIOSO

Coperto di paglia, Ọmọlu rimane sempre nel mistero.
La bellezza dei suoi lineamenti, la grandezza dei suoi gesti è rivelata solo a pochi.

Ọmọlu e Ọbalúwáiyé sono cultuati in Brasile come energie di uno stesso Òrìṣà.
Il primo più vecchio e il secondo più giovane.
Ọbalúwáiyé lottò contro Àrùn (la malattia). E ‘stato il primo ad affrontarla. Conosce il suo volto. Per questo può sconfiggerla.
Ọbalúwáiyé è il guerriero della salute.
Così, maturò come Ọmọlu diventando saggio e conoscitore delle cure.

Signore dell’interno della terra, accoglie i morti tra le sue braccia, dando al corpo un luogo di riposo, al termine del cammino della vita.
Ọmọlu è tranquillo, avveduto. Prudente, sa che è possibile vedere senza dire e ascoltare senza parlare. Ma quando parla, fa tremare la terra.

Il ritmo liturgico che lo accoglie, l’ọpanijẹ, traduce la personalità enigmatica di questo Òrìṣà. Accompagnando il battito ritmico dei tamburi, Ọmọlu va per il mondo, attraversando continenti di dolore, distribuendo in regalo la salute a chi fa per meritarsela.

Porta nella pelle il marchio di tutti i disagi. Dura e persiste, muore e rinasce superando la malattia del rifiuto, la povertà della solitudine, l’ingratitudine del male.
Olóore (Signore della Bontà) non si stanca mai di fare il bene.
Ọmọlu è quindi un grande medico, che guarisce le malattie del corpo e guarisce le ferite dell’anima.

Originario della regione di Empe in territorio Tapá dell’antico Dahomey,
Ọmọlu è venerato in Candomblé in una grande festa di comunione: l’ Olúbájẹ (Il banchetto del Re). In questa cerimonia, tutti mangiano insieme, pregano insieme, per costruire insieme un mondo migliore, con le benedizioni del Signore della Terra.

Camminiamo con i piedi scalzi sul suolo e sentiamo la forza di tutte le possibilità che la terra ha: il supporto, la base, la vita, la culla della morte.
Camminiamo con i piedi scalzi sul suolo e sentiamo la forza di Ọbalúwáiyé. Atótóo!
Silenzio in rispetto a Lui!).

Fonte: Serie “ORIXA – CASA DE OXUMARE”

Pierre Verger: Omolu

Obaluaye in Africa

Obaluayé “il Re proprietario della Terra” o Omolu “il Figlio del Signore”, sono i nomi generalmente dati a Shapanan (Sanponna), il dio del vaiolo e delle altre malattie contagiose, il cui nome è pericoloso anche solo se pronunciato, ma sarebbe meglio definito come colui che punisce i malfattori e gli insolenti infliggendo loro il vaiolo. Obaluayé, esattamente come Nanan Buruku, di cui tratteremo nel prossimo capitolo, sembrano fare parte del sistema religioso pre-Odudua.
Ne l’uno ne l’altra figurano tra i suoi compagni al momento del suo arrivo a “Ife”, ma certe storie di “Ifa” dicono che Obaluayé si era già stabilito nell’ “Okè Itase”, prima dell’arrivo di Orunmila il quale sì faceva parte del seguito di Odudua.
Un’altra indicazione a proposito dell’anzianità di Obaluayé e di Nanan Buruku (quest’ultima spesso confusa con lui) è data da un particolare del rituale usato per eseguire i sacrifici che sono a loro offerti.
Questo rituale si esegue senza usare il coltello di ferro, il che tende a comprovare che queste due divinità facevano parte di una civiltà di prima dell’età del ferro, per questo fatto, in quel momento arriva Ogun il quale faceva invece parte dei compagni di Odudua. Alcune leggende parlano della disputa di Obaluayé e di Nanan Buruku contro Ogun. I primi rifiutandosi di riconoscere che l’anzianità del dio del ferro possa essere maggiore della loro, si astengono dal servirsi del ferro per compiere le loro diverse attività.
Questa rivalità tra dei potrebbe essere interpretata come lo scontro di religioni appartenenti a delle civiltà distinte, installatesi in tempi successivi sullo stesso luogo e rispettivamente anteriori e posteriori all’età del ferro.
Questa disputa tra dei potrebbe anche essere il riflesso delle differenti origini dei popoli venuti gli uni dall’est con Odudua e gli altri dall’ovest, molto prima di quell’epoca. Il luogo di origine di Obaluayé è incerto, ma si suppone che quasi sicuramente si tratti del paese “Tapa” (Nupé); se non proprio il suo luogo di provenienza, al meno un punto di origine di tale credenza.
Frobenius scriveva che a “Ibadan” gli avevano detto che “Sanponna” era stato un tempo re del paese “Tapa”. Una leggenda lo confermerebbe: “Obaluayé Shapanan” era di “Empe” (Tapa), aveva condotto i suoi guerrieri in spedizioni ai quattro angoli della terra. Una ferita delle loro frecce rendeva ciechi, sordi o zoppi.
Obalouayé Shapanan giunse così, combattendo e decimando i suoi avversari, al paese dei “Mahi” a nord del Dahomey e si mise a massacrare e a distruggere tutto quello che si trovava davanti. Ma i “Mahi”, avendo consultato un “babalawo”, appresero da lui come calmare Shapanan con delle offerte di mais grigliato e scoppiato (pop corn !). Calmato da questa offerta, Shapanan disse loro di costruirgli un palazzo dove, da quel momento in poi, lui avrebbe risieduto e che non sarebbe mai più ritornato a “Empè”. Il paese Mahi prosperò e tutto si volse alla calma ma, malgrado la scelta di Shapanan Obalouayé di stabilirsi in quel suo nuovo luogo, tutti continuarono a salutarlo come: – Kàbiyesi Olutàpa lempe -, cioè – Re di Tàpa del paese Empe – “.
Il culto del vodun “Sapata”, versione fon di Shapanan, avrebbe il suo luogo di diffusione nel paese Mahi in un villaggio chiamato “Pingini Vedji”, non lontano da Dassa Zoumè, dove fu portato dai Nago (Yorùbá).
Questa tradizione è confermata a Savalu nel paese Mahi dove il “Sapata Agbosu” del quartiere di Bla, capo dei Sapata della regione est dice di essere stato portato dai tempi di “Ahosu Soha”, il fondatore, o più esattamente il conquistatore del luogo, punto finale del suo movimento migratorio verso nord. Viaggio intrapreso per allontanarsi da quelle regioni devastate dalle campagne dei re di Abomey contro i loro vicini dell’est. “Ahosu Soha” aveva, nel corso del suo ramingare, incontrato a Dame sul fiume Ouèmè, i Kadjanu, dei Nago originari della regione dell’ “Egbado”, che, pure loro, stavano emigrando verso nord e che si unirono a lui per stabilirsi a Sàvalu con il loro dio “Agbosu”.
Le origini nago-yorùbá del vodun Sapata sono attestate dal fatto che, durante la loro iniziazione, i futuri “sapatasi”, genti consacrate a Sapata, sono chiamati “anagonu”, genti anago o nago e che la lingua rituale parlata nei “conventi di iniziazione” a quel dio, è yorùbá arcaico, ancora quotidianamente parlato dagli “Anà” del Togo interno.
Inchieste condotte a proposito di “Sapata-Ainon”, il “Proprietario della Terra”, presso i Fon, ci aiuta a comprendere la relazione tra “Sanponna-Obalouayé”, il “Re Proprietario della Terra” presso gli yorùbá e “Nànà Buruku”, considerata come sua madre in Brasile. Ad Abomey si dice che “Nana Buluku (i fon scambiano regolarmente la –r- con delle –l -) era la madre di una coppia “Kohosu” e sua moglie “Nyohwe Ananu” che sono i progenitori di tutti i Sapata, padroni di innumerevoli spaventose malattie di cui parleremo in altri nostri scritti.
Il culto di “Sapata-Ainon” conosciuto sia al nord che al sud di Abomey è dovuto a dispute con la dinastia degli “Aladahosu” re del Dahomey che portavano certi titoli gloriosi di Sapata come: “Ainon” (Padrone della Terra) o “Jehosu” (Re delle perle). I “sapatanon”, capi del culto, furono espulsi da Abomey in diverse riprese.
Ecco la leggenda tale e quale ce l’hanno raccontata a Dassa Zunè, a proposito dell’origine di “SapataSanponna”: “ Un cacciatore “molusi” (iniziato di Molu) vide pssare nella boscaglia un’antilope “agbanlin”.
Cercò di ucciderla, ma l’animale alzò una delle sue zmpe anteriori e cadde la notte in pieno giorno. Poco dopo tornò la luce e il cacciatore si trovò in presenza di un “aziza”, (aroni in yorùbá), che gli dichiarò che gli avrebbe donato un talismano potente da mettere sotto un mucchio di terra che egli avrebbe dovuto erigere davanti alla sua casa. Gli donò pure un fischietto con cui avrebbe potuto chiamarlo in caso di bisogno. Sette giorni dopo, un’epidemia di vaiolo incominciò a seminare desolazione nel paese.
Il “molusi” ritornò nella foresta e soffiò nel fischietto.
Apparve “Aziza” e gli disse che il talismano che gli aveva donato era il potere di “Sapata” e che bisognava costruirgli un tempio e che tutti, da quel momento in poi, avrebbero dovuto obbedire a “Molusi”.
Fu così che Sapata si stabilì a “Pingini Vedji””. Le cose proibite a Sapata sono l’ “agbanlin”, la gallina faraona (sonu), un pesce chiamato “sosogulo” le cui lische sono di traverso e il montone. E’ bene fargli delle offerte di capretto, galletti, fagioli e “igname” (tuberi).
Tornando al culto di “Sanponna-Obaluayé”, ci sarebbero, secondo Frobenius, due “Sanponna”: quello già segnalato di origine “Tapa” che si chiama “Sanponna-Airo” e l’altro che sarebbe andato ad “Oyò” dal paese “Egun” (Dahomey), che egli chiama “Sanponna-Boku”, avvicinandolo a “Nana Buruku” e confermando, in questo modo i legami che esistono tra “Obaluayé” e “Nana Buruku”.
Regna molta confusione a proposito di tutti questi appellativi: “Sanponna, Obaluayé, Omolu e Molu” che, in certi posti sono confusi e, in altri, sono degli dei separati e distinti. A complicare maggiormente il problema viene il fatto che anche “Nàna Buruku” è spesso confusa con loro (o con lui).
Per riassumere e cercare di chiarire un po’ la questione, diremmo che: – O si tratterebbe di un’unica divinità portata durante le migrazioni est-ovest, come quelle dei “Ga” i quali, dal Benin, si diressero verso la regione di Accra, sotto il regno di Udagbede, alla fine del XII secolo e riportato di nuovo al suo luogo di partenza con un nuovo nome che, all’origine, non era altro che un epiteto;
– oppure assistiamo in Africa ad un sincretismo tra due divinità venute, l’una dall’est: “Sànponna-Obaluayé-(Nàna Buruku)” e l’altra dall’ovest: “Omolu-Molu (Nana Brukung).
Ecco qualche “orìki” di questo dio raccolti a Ketu e Abeokuta: “Padre mio, figlio di “Sabe Opara” (Savè) Mio padre che danza sul denaro.
Dorme sul denaro.
Misura le sue perle con delle marmitte.
Cacciatore nero che si copre il corpo con vesti di rafia.
Non ho mai incontrato un altro orishà che faccia come Omolu un vestito di pelle, guarnito di piccole zucche.
Noi non vogliamo parlare (male) di colui che uccide e mangia la gente.
Noi vedremo ritornare sulla strada del campo il cadavere gonfio di quelli che insultano Omolu.
Nessuno deve uscire solo a mezzogiorno”.
Quest’ultimo appellativo allude al soprannome di “olòde”, proprietario degli esterni (della casa) dato ad Omolu e alla sua abituale presenza nelle strade durante le ore più calde del mezzogiorno…e il pericolo che ne consegue per quelli che sono sprovvisti di incantesimi protettivi.

Obaluaye nel Nuovo Mondo

In Brasile e a Cuba, “Sanponna” è, come in Africa, prudentemente chiamato Obaluayé o Omolu. E’ assimilato a San Lazzaro o San Rocco a Bahia e a Cuba e con San Sebastiano a Recife. Quelli che gli sono devoti portano due tipi di collane: “lagidiba”, fatta di piccoli dischi neri e l’altra di perle di vetro di colore bruno striato di nero. Quando il dio si incarna su uno dei suoi iniziati, è accolto con il grido di “Atoto” e il suo “elegun” è completamente ricoperto di rafia; la testa è coperta da un berretto appuntito con delle frange che gli nascondono il viso.
Il tutto sembra una balla di paglia da cui spuntano in basso delle gambe coperte da pantaloni di pizzo e, a metà altezza, due mani che brandiscono il “xaxara”, una specie di scopino fatto con le nervature delle foglie di palma, decorate con conchiglie, perle di vetro e piccole zucche, che si suppone contengano dei rimedi. Obaluayé danza piegato in due, come in preda a dei dolori; mima la sofferenza, i pruriti e i tremiti della febbre. I tamburi suonano per lui un ritmo particolare chiamato: “Opanije”, che significa in yorùbá “Egli uccide qualcuno e lo mangia”, espressione che si trova menzionata in precedenza negli “oriki” d’Africa. La festa annuale delle offerte di alimenti si chiama “olubaje”.
Cibi che si mangiano in comune e che si chiamano “aberem”, mais bollito e arrotolato nelle foglie di banna, della carne di becco e di gallina e delle “pipocas” nome Brasiliano per: -pop corn-. Il lunedì è il giorno della settimana a lui consacrato. In quel giorno, il suolo intorno alla chiesa di “Sao Lazaro” a Bahia è cosprso di “pipocas” che la gente si è sfregata sul corpo per preservarsi da possibili malattie contagiose, associando in tal modo, con una stessa manifestazione, la loro fede nella potenza del dio africano e del santo cattolico.
I cibi proibiti alle genti consacrate a Obaluaye sono, come in Africa, la carne di montone e la carne di pesce di fiume la cui pelle è liscia, i granchi, le banane del tipo detto “prata”, i frutti del – jaquier (?), i meloni, le zucche, i cavoli (?) e tutti i frutti delle piante rampicanti.
Obaluayé-Omolu-Shapanan è considerato in Brasile figlio di Nanan Buruku ed è originario del paese Mahi come lei e Oshumare.
I “péji” di queste tre divinità sono, per questa ragione, sono riuniti in una medesima capanna, distanti da quelli degli altri orishà.

Archetipo

L’archetipo di Obaluayé è quello delle persone con tendenze masochiste, che amano esibire le proprie sofferenze e delle infelicità di cui, segretamente, provano soddisfazione che sono incapaci di provare quando la vita si mostra clemente con loro.
Tali persone possono raggiungere situazioni materiali invidiabili, fino a raggiungere una vera prosperità e, un bel giorno, rifiutarle, presi da scrupoli immaginari. Per contro si può attribuire loro la capacità di consacrarsi al benessere degli altri, a scapito, in determinate circostanze, dei loro propri interessi e bisogni vitali.

Fonte: orixaspierreverger.pdf