Pierre Verger: ESHÙ – ÈLÈGBARA

Èsù in Africa

Eshù (Esu) è un orishà dagli aspetti molteplici e contradditori che non rendono facile una definizione coerente. Con il suo carattere irascibile, ama sollevare dissensi e discussioni e provocare incidenti e calamità pubbliche e private.
Egli è rude, grossolano, vanitoso, indecente a tal punto che i primi missionari, spaventati da queste caratteristiche, lo hanno assimilato al diavolo e ne hanno fatto il simbolo di tutto ciò che è cattivo,perverso, abietto, odioso, in contrasto con la bontà, la purezza e l’amore di Dio.
Egli ha, tuttavia, i suoi lati buoni e, se viene trattato con considerazione, agisce favorevolmente e si mostra servizievole e attento.
Se, invece, ci si dimentica di fargli dei sacrifici e delle offerte, ci si può
aspettare ogni forma di contrattempo e terribili catastrofi. In tal modo Eshù si dimostra il più umano di tutti gli orishà, ne completamente cattivo, ne completamente buono.
Egli ha selle qualità oltre ai suoi difetti poiché è dinamico e gioviale.
Coloro che, con fierezza, portano dei nomi come: “Esubiyif” (Eshù ha fatto nascere costui) oppure “Esutosin” (Eshù merita di essere adorato), rendono l’idea evidente che Eshù possa essere un orishà protettore.
In quanto personaggio storico, “Esu Obasin” era uno dei compagni di Odudua nel momento in cui arrivarono a “Ife”. In seguito egli divenne uno degli assistenti di Orùnmilà che presiede alla divinazione di “Ifa”.
Dopo Epega, Eshù diviene re di Ketu sotto il nome di “Esu Alàketu”.
Si tratta dell’Eshù che presiede alle attività del mercato del re in ogni villaggio; quello di “Oyò” è chiamato: “Esù Akesan”.
In quanto Orishà, si dice che sia venuto al mondo con un manganello detto
“ogo”, che avrebbe la proprietà di trasportarlo in poche ore a centinaia di chilometri e, dato il suo potere magnetico, di attirare oggetti posti a così grandi distanze.
Egli è il guardiano del tempio, delle case, delle città e delle genti. Lui stesso funge da portiere tra l’al di la e il mondo dei vivi e assume le funzioni di messaggero tra questi ultimi e gli dei. Tutto questo perché non si può fare nulla senza di lui e senza che gli si facciano delle offerte prima che a tutti gli altri dei, per neutralizzare le sue tendenze a provocare dei malintesi tra gli esseri umani e i loro rapporti con gli dei ed anche tra gli dei stessi.
Eshù ha avuto spesso delle dispute con gli altri dei e, non sempre, ne è uscito vincitore.
Alcune leggende ci raccontano dei suoi successi e insuccessi nei rapporti con Oshala a cui lui ha giocato più di un brutto tiro. Per esempio, per vendicarsi di non aver ricevuto certe offerte allorquando Oshala fu inviato da Olòdumare, il Dio Supremo, a creare il mondo, Eshù provocò una violenta sete a Oshala, che lo costrinse a
bere del vino di palma, con conseguenze disastrose. Vediamo altresi come Eshù fu responsabile del malessere dello stesso Oshala quando questi andò a rendere visita a Shango.
Per contro, in altre leggende pubblicate in precedenti lavori, si dice che ci furono dispute tra Eshù e Oshala per stabilire quale dei due fosse più vecchio e, di conseguenza, più rispettabile. Oshala provò la sua superiorità nel corso di un combattimento dalle molteplici peripezie e, alla fine si mise al sicuro dal potere di Eshù che divenne suo servitore.
Anche durante una competizione dello stesso tipo tra Eshù e Omolu, fu quest’ultimo che ne uscì vincitore.
Il lato cattivo di Eshù è evidenziato dalle storie seguenti, una delle quali, assai conosciuta, racconta il modo in cui egli fece litigare due amici che stavano lavorando in campi vicini. Con lo scopo di provocare il litigio, egli si mise in testa un berretto che da un lato era rosso e dall’altro bianco e si mise a camminare
lungo il sentiero che divideva i due campi. Dopo poco, uno degli amici fece allusione all’uomo dal berretto bianco, l’altro gli fece notare che il berretto era rosso. Siccome entrambi erano in buona fede insistevano sulla loro convinzione; incominciarono così a bisticciare con fervore e, infine, con collera, giungendo a
mettersi le mani addosso e ad uccidersi vicendevolmente.
Un’altra leggenda mostra un Eshù più machiavellico.
Egli andò a trovare una regina che era trascurata, da un po’ di tempo, dal suo sposo e le disse: “Portami qualche pelo della barba del re, tagliali con questo coltello: ne farò un amuleto che lo farà nuovamente innamorare di te come prima”.
Subito dopo andò dal figlio della regina, il principe ereditario, che viveva in un palazzo fuori delle mura di quello del re. Era quella la consuetudine, per prevenire ogni tentativo che potesse fare il principe di uccidere il re per salire a sua volta sul trono. “Il re parte per la guerra – gli disse – e ti prega di venire al palazzo questa sera, accompagnato dai tuoi guerrieri”.
Eshù andò quindi a dire al re: “La regina, ferita dalla tua freddezza verso di lei, vuole ucciderti per vendicarsi. Stai allerta questa sera.” Venne la notte, il re si mette a letto e fa finta di dormire e, ben presto, vede la sua sposa avvicinarsi con un coltello in mano e puntarlo alla sua gola; lei, come suggeritole, voleva soltanto tagliargli qualche pelo della barba e non assassinarlo, ma il re la disarma e incominciano a lottare con gran frastuono. Il principe, arrivato a palazzo con i suoi guerrieri, ode delle grida venire dalla stanza del re e si mette a correre. Vedendo il re con un coltello in mano, il principe pensa che voglia uccidere sua madre; il re, vedendo il figlio entrare nella stanza, in piena notte, armato e seguito dal suo esercito, crede che si voglia attentare alla sua vita e si mette a gridare aiuto, la sua gente accorre e ne segue una mischia indescrivibile e un massacro generale.
Una storiella più semplice mostra l’attività di Eshù nella vita di tutti i giorni: c’è una donna che sta vendendo la sua mercanzia al mercato; Eshù da fuoco alla sua casa, lei si precipita verso di essa, abbandonando le sue cose sulla piazza. Arriva troppo tardi, la casa è bruciata e, nel frattempo, un ladro ha rubato tutta la sua mercanzia.
Nulla di quanto raccontato sarebbe successo: gli amici non si sarebbero bisticciati, il re e il principe non si sarebbero massacrati a vicenda e la donna al mercato non sarebbe stata rovinata se soltanto ognuno avesse fatto delle offerte e dei sacrifici come è d’uso per Eshù.
Il posto consacrato a Eshù presso gli yorouba, è costituito da un pezzo di roccia porosa chiamato “yangì” o da un mucchio di terra grossolanemente modellato in forma umana, con occhi, naso e bocca formati da delle conchiglie; oppure è rappresentato da una statua ornata da collane di conchiglie, le sue mani sostengono delle piccole zucche, “ado” che contengono delle polveri da lui utilzzate per i suoi lavori. I suoi capelli sono intrecciati con un lungo nastro che ricade dietro la sua testa e forma come un cimiero che ricorda la lama di un coltello, di cui lui è provvisto, in cima al cranio.
Questa peculiarità fisica di Eshù è evidenziata da un dei suoi saluti: “Sonso abe, kolori erù”, “Il rasoio(sulla sua testa) è acuto, non si tratta (quindi) di una testa adatta a portare pesi”.
A Eshù si fanno offerte di caproni e di galli, di preferenza neri, e piatti di alimenti cotti nell’olio di palma, “epo”, ma mai gli si deve offrire olio di “palmiste”, “àdi”, cioè quello estratto dai noccioli contenuti dentro le noci e non la polpa che sta attorno. Quel “àdi” lo si ritiene pieno di “violenza e collera”.
Un’eccellente maniera di vendicarsi a buon conto di un nemico consisterebbe, dicono, nel versare sulla statua di Eshù dell’olio di “palmiste”, preferibilmente bollente, dichiarando a voce alta che tale offerta è fatta alla persona sgradita.
Allora Eshù, sicuramente manderebbe a quest’ultimo qualche disgrazia.
Gli “elegun” di Eshù partecipano alle cerimonie celebrate per gli altri orishà. Alcuni accompagnano Shango e portano sulla schiena un curioso armamentario dove figurano alla rinfusa due o tre statuette, delle collane di conchiglie, dei pettini, degli specchi e le indispensabili piccole zucche dette “adò”, che contengono gli elementi della sua potenza; altri “elegun” suoi, detti “olupona” partecipano alle cerimonie che hanno luogo tutti i quattro giorni di Ogun nella regione di Holi. Durante le loro danze, reggono in mano un “ogò” manganello di forma fallica.
Eshù può fare delle cose straordinarie espresse nelle tradizionali lodi a lui dedicate dette “oriki”:
“Eshù fa diventar dritto lo storto e viceversa.
Con un setaccio trasporta l’olio che ha comprato al mercato e l’olio non cola via da quello strano recipiente.
Ieri egli ha ucciso un uccello con una pietra che ha lanciato soltanto oggi.
Se si arrabbia, calpesta quella pietra che si mette a sanguinare.
Egli si siede sulla pelle di una formica.
Così seduto, la sua testa tocca il tetto, Stando in piedi, egli non raggiunge neppure (l’altezza) del focolare”.

LEGBA (Légba)

Presso i fon dell’ex Dahomey, Eshù-Elegbara porta il nome di Legba (Légba).
E’ rappresentato da un monticello di terra in forma di uomo accucciato, fornito di un fallo di misura rispettabile. Questo particolare è stato oggetto di osservazioni scandalizzate o divertite da parte dei numerosi viaggiatori anziani e lo si è fatto così passare per il dio della fornicazione. Quel membro in erezione in effetti
non è altro che la conferma del suo carattere truculento, gagliardo e senza vergogna e del suo desiderio di urtare la decenza.
I Legba, guardiani del tempio di “Héviosso” (vodun del tuono) e Sapata (vodun corrispondente all’orishà Sanponna degli yorùbá) si manifestano come intermediari dei “Legbasi” (simili agli Olupona) durante le cerimonie celebrate per questi vodun. I Legbasi sono vestiti con una gonna di rafia tinta di viola e portano a tracolla diverse collane di conchiglie. Portano, nascosto sotto la gonna un voluminoso fallo di legno che muovono di tanto in tanto mimando movimenti erotici. In più essi hanno una specie di scaccia mosche in mano che assomiglia ad un piumino viola nel quale è dissimulato un bastone in forma di fallo che essi brandiscono maliziosamente sotto il naso della gente presente, particolarmente sotto il naso dei turisti di
passaggio, poichè i Legbasi confermano i loro sentimenti ambivalenti davanti a queste esibizioni.

Eshù nel Nuovo Mondo

In Brasile, come a Cuba, Eshù è stato rapportato al Diavolo. Tuttavia non inspira un gran terrore, perché la gente sa che, se trattato con riguardo, Eshù lavora a fin di bene, vale a dire che lo si può mandare a fare del male alle persone cattive o a quelli dai quali si sono ricevuti dei torti o, ancora, a quelli verso i
quali si provano dei risentimenti.
Lo si chiama familiarmente il “Compare” o meglio l’uomo dei crocicchi, poiché è li che si devono posare di preferenza le offerte che a lui sono destinate.
Poche sono le persone che gli sono dedite, per via del suo supposto sincretismo con il Diavolo; la tendenza è quella di calmarlo, allor quando si manifesti, di “Assentar” di rabbonirlo per mezzo di sacrifici o di ereggergli un posto a lui destinato e consacrato e di fare l’iniziazione a favore di suo fratello Ogun con il
quale Eshù condivide il carattere violento e travolgente.
Il luogo consacrato a Eshù è, in generale, all’aria aperta o all’interno di una casetta isolata, oppure dietro la porta di casa. Egli è simbolizzato da un tridente di ferro conficcato in un monticello di terra, oppure qualche volta è rappresentato da una statuetta di ferro forgiato del Diavolo che brandisce un tridente.
Il lunedì è il giorno della settimana che gli è consacrato. Le persone che cercano la sua protezione indossano delle collane di perle di vetro rosse e nere. Gli si fanno le stesse offerte e sacrifici di animali come in Africa e tutto questo, prima di presentarle agli altri orishà.
A Bahia ci sono, dicono, ventun Eshù uno dopo l’altro, altri parlano di sette soltanto. Certi nomi possono essere considerati degli attributi, altri sembrano essere parole tratte da canti o formule di lodi;
eccone qualcuno:
“ Esu Elegba o Elegbara e Bara o Ibara da cui derivano forse: Esu Alaketu, Esu Laalu, Esu Jelu, Esu Akesan, Esu Lona, Esu Agbo, Esu Laroye, Esu Ina, Esu Odara, Esu Tiriri ecc…..”
Come abbiamo già detto, prima di realizzare lo “shire” degli orishà, la cerimonia pubblica in cui gli dei danzano, a Bahia si fa il “pade”, parola che in yorùbá significa incontro, riunione durante la quale Eshù è evocato, salutato, complimentato e mandato lontano con un doppio scopo: quello di andare a chiamare gli
altri dei che vengano a partecipare alla festa e quello di allontanarlo perché non venga a combinare qualche burla di cattivo gusto nel corso della cerimonia.

Archetipo

L’archetipo di Eshù è molto numeroso nella nostra società dove proliferano le persone dal carattere ambivalente, sia buone che cattive, ma con la tendenza alla cattiveria, la derisione,l’oscenità, la depravazione e la corruzione; le persone che sanno ispirare confidenza e poi ne approfittano, ma che hanno, per controparte, la facoltà di un’intelligente comprensione dei problemi degli altri e quella di saper dare buoni consigli e questo con il massimo zelo sperando di esserne ricompensati. Le macchinazioni intellettuali contorte e gli intrighi politici convengono loro in modo particolare e sono per loro delle sicure garanzie di successo nella vita.

Fonte: orixaspierreverger.pdf

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