Essere “dentro” e essere “fuori” è quello che la condotta dello Ìyàwó ci chiede.

1.jpg

La mia infanzia è stata segnata da un rituale che spesso ritenevo noioso, ma che, per la sua obbligatorietà, facevo senza lamentarmi: chiedere la benedizione a tutti i parenti più anziani quando arrivavo in un posto. Ero stanca di tornare da scuola o da qualsiasi luogo e mettermi raccolta davanti a casa della nonna tra una cerchia di persone che andavano dalla mia bisnonna alla sorella minore di mia madre (mia zia), e dal più vecchio al più giovane tra cui anche alcune prozie. Chiedevamo la benedizione ad uno ad uno e poi entravamo a mangiare.

So che, pur essendo giovane, le cose accadono oggi in un modo un po’ diverso. Nel corso del tempo i comportamenti cambiano a seconda delle esigenze, degli stili di vita, ecc… Le famiglie sono “più piccole”, i parenti vivono spesso lontani e il legame diventa diverso: si sta formando la famosa famiglia nucleare.

Chi è abituato a vivere in questa seconda forma, quando inizia a frequentare una casa di Candomblé presto nota la differenza, perché dovrà iniziare a fare quello che facevo io a 7 anni e questa volta in maniera più ordinata e dovendo avere l’educazione che molte volte non si esige data la spontaneità dei bambini: abbracciare, chiedere se va tutto bene, parlare di cose piacevoli. Questo con 10, 20, 30 persone a seconda del giorno e del tipo di funzione … sì, può essere molto faticoso, ma non ci si può lamentare.

Con l’iniziazione e passando per tutti i procedimenti rituali si comprende molto enfaticamente che siamo parte di una famiglia: quelle 10, 20, 30 persone sono la nostra famiglia, scegliamo e accettiamo il collegamento, accettiamo l’eternità di questo legame. Alcuni allora dicono:”Ma il legame eterno è con l’Orisha” sì, è implicito ed è esattamente perché il legame eterno è con l’ Orisha in esso sono “sottintese” tutte le persone che erano legate al luogo e alla famiglia in cui siete stati iniziati, amati Omorixá.

Un’energia non nasce dal nulla, tu sei nato in una casa di Axé, in una famiglia di Axé, e furono necessarie mani perché tutto accadesse, e tutto questo sarà contenuto nella tua storia con il tuo Orisha.

Proprio come l’Orisha sa da dove proviene quel sacrificio che sta ricevendo, lui sa anche chi ha preso parte al grande momento della consacrazione di suo figlio/figlia a lui. Stiamo parlando di energia che si materializza, ed è presente ovunque. Cerchiamo di non essere così ingenui da pensare gli Orisha così limitati come siamo noi…

Per via dell’appartenenza, dell’educazione, della famiglia di cui facciamo parte, ci viene richiesta una certa attitudine, rispetto, buon comportamento.

Da oggi in poi rappresento me, il cammino di Ori, il mio Orisha, rappresento la mia discendenza. Qualcuno può considerare questo come un peso oppure ci si rende conto di quanto questo può portare benefici nella vita in ambiti al di fuori del contesto religioso.

Ad alcune persone piace separare le due cose: “nel barracao mi devo comportare in tal modo, fuori di esso, si salvi chi può”. Questo mi confonde.

Ci rendiamo conto che davvero abbiamo interiorizzato un’esperienza di apprendimento quando la usiamo dove non avremmo mai immaginato.

Per esempio: mi piace criticare. A volte le critiche possono essere bene accolte in determinate situazioni, ma prima di sparlare posso pensare a ciò che mi sta dando: “questo mi fa bene? Migliorerà l’ambiente in qualche modo o creerà solo altre tensioni? Questo è davvero di mia competenza?” Quando il sangue riscalda gli “occhi” (si legga il giudizio) di solito ci accieca, ma ci sono sempre quei 5 secondi per poter ponderare le cose.

In Yoruba le parole casa, terra e pianeta Terra provengono da parole incredibilmente simili: Ilé, Ilè (con un punto sotto la e) e Ilé Ayé. Si noti che è solamente il suono delle vocali che cambia il significato tra loro. Mentre le parole portoghesi suonano così diverse, in Yoruba è tutto molto simile. Questo non è una coincidenza. Se è tutto così simile è perché la nostra condotta dovrebbe essere simile nei diversi ambienti.

Che cosa vogliamo di buono per la nostra casa, per la terra che calpestiamo, per il pianeta che abitiamo? Credo che non vogliamo cose tanto differenti per ognuno: vogliamo un minimo di armonia, che il dolore non esista, che la fertilità sia presente…e quindi, che cosa significa essere Ìyàwó?

Io risponderei: vivere questi tre “mondi”, come l’unico mondo che in realtà è.

Non siamo Ìyàwós nel barracao, siamo Ìyàwós nel mondo.

Egbon Dayane Oyakol

 

Annunci

Ofó – il Potere della Parola

africa-1803869_1920.jpg

 

Ofó  è una parola di origine Yoruba (ofò), che definisce l’incantamento attraverso la parola, e può essere espresso in versi o cantighe. Si tratta di un dono che nasce con noi, ma è amplificato nell’iniziazione da una serie di atti realizzati in segreto e questo potere aumenta anche in base al proprio impegno e rispetto per l’Orisha.

Utilizza l’ofò per augurare grazia al prossimo, per chiedere la salute e intercedere in un momento di grande difficoltà, non gettare questo dono divino al vento in bugie o per sciocchezze di tutti i giorni.

L’ Axé è qualcosa di prezioso e deve essere usato con cautela, o nell’invocare lo spirituale per risolvere bugie e sciocchezze verrà un tempo che sarai screditato e le tue parole non avranno alcun valore ne per gli uomini e ne per gli dei.

Gli Ofós sono anche le preghiere per Òsányìn con l’intenzione di richiamare l’asè contenuto nelle foglie e questo rituale può  essere cantato in diversi momenti del culto degli Orisha.

Questo rituale ha una sequenza, e ogni foglia ha il suo Ofó cantato e relazionato all’Orisha corrispondente.

A volte, non tutte le foglie cantate sono presenti nel momento del rituale, ma il fatto di pregarle rende le loro sostitute ugualmente efficaci. L’ uso magico delle foglie nella religione yoruba è sempre accompagnato da espressioni di incanto che risvegliano l’ase delle foglie utilizzate. La parola parlata che si crede in possesso di forza magica o in grado di produrre effetti magici; questi incantamenti sono chiamati ofó.

L’ Ofó è un aspetto orale della magia africana.

Gli Ofó vengono utilizzati in sfere, quasi uno per ogni buona attività, uno per la protezione contro le forze del male o anche per raggiungere il successo, sulla base di criteri funzionali.

OFÓ – Forza della Parola:

Oríkì (Yoruba, orí = testa, kì = saluto) sono versi, frasi o poesie che si formano per salutare l’ Orisha.

Se con un oríkì non si consegue l’effetto desiderato, a volte è necessario aumentare il livello di Àse chiamando l’Orisha con un nome di lode. I nomi di Lode, Elogio,  sono chiamati asé ofó in Yoruba, che significa “parole di potere”.

Ricerca: Babá Diego D’Odé e Axé Odára.

Il vero custode deve avere Ofó, deve masticare ataré e obí, deve avere il dono dell’invocazione del bene per il bene, mai per il male, deve chiamare nell’anima il buon ebó, deve avere l’alito divino della conoscenza e applicarlo, l’intuizione è la base della sua eredità, dei suoi ancestri e delle sue divinità.

Bàbá Fernando D’Osogiyan

Fonte: ofo-o-poder-da-palavra

 

Owe – Proverbi Yorùbá e il Concetto di Verità | Candomblé

Owe è la parola yoruba che significa proverbio. Nella disciplina teologica, un proverbio è definito come un breve detto che esprime una verità religiosa o culturale. Tutte le culture fanno uso di proverbi per trasmettere i valori sociali. Come introduzione alla comprensione degli Orisha (spiriti guida e le forze della natura), il proverbio Yoruba fornisce una base in Ifá per captare la visione del rapporto tra il sé e il mondo.

Molti dei proverbi che sono di uso comune nella cultura yoruba si basano sulle Scritture di Ifá. Questa scrittura è un lungo poema composto da 256 sezioni orali, o libri, chiamati Odù. Ogni Odù ha un numero di versi chiamati ẹsẹ.
Nell’ Odu chiamato Òsa’túrá, gli studiosi di Òrúnmìlá chiederanno al profeta  la natura della Verità. La parola yoruba per  Verità è Oniwaben fúnfún, che significa “colui che ha un buon carattere è guidato dalla luce.”

Nell’ Odù Òsa’túrá, Òrúnmìlá dice che la Verità è il capo del regno invisibile che guida il destino della Terra. Egli continua dicendo che la Verità è una parola che non potrà mai perire, è la Fonte di Potere che supera ogni avversità. Coloro che conoscono la verità possono incontrare la Volontà della Creazione. Ciò implica che la Verità è una forma di sapere, piuttosto che una rigida serie di credenze. Luce intesa anche come una Forza della Natura (Òrìşà), che porta alla sua propria forma di coscienza e che può avere un impatto diretto sul corso dell’evoluzione. Questi sono due temi centrali nelle Scritture di Ifá e sono fondamentali per la comprensione della natura e della funzione degli  Òrìşà a partire dalla prospettiva della teologia di Ifá.

All’interno della struttura del rituale di Ifá, l’Odù è usato per invocare Èşù, che è sia il Messaggero Divino sia  il Guardiano della Verità. Questo duplice ruolo ha provocato una certa confusione tra coloro che hanno scritto circa la posizione di Èşù nella cosmologia di Ifá. La confusione sembra essere basata su un fraintendimento del ruolo di Èşù nel causare disturbi. Una delle funzioni del disordine naturale nelle questioni di tutti i giorni è quello di scuotere la coscienza per liberare la propria auto-indulgenza e il pensiero rigido. Siccome la Terra è in costante trasformazione, tutte le percezioni del rapporto tra il sé e il mondo sono in un costante stato di flusso. Coloro che negano o ignorano la natura dinamica di questo rapporto sono regolarmente gettati in uno stato di confusione, come risultato di alcuni cambiamenti inaspettati. In termini semplici, la percezione umana della verità è una dimensione costante di cambiamento e una delle funzioni di Èşù è quello di ricordarci che la ricerca umana della verità non dovrebbe mai ristagnare.

Dire che Èşù è il guardiano della verità è il suggerire che la verità non può mai diventare un insieme fisso di regole o dogmi. La Verità è un modo per guardare se stessi e il mondo, è uno stato dell’essere, piuttosto che un atto di conoscenza. Questo è un concetto sfuggente per alcuni occidentali, perché siamo stati condizionati dall’idea che la verità è stabilita da fatti oggettivi. L’idea che la verità può essere scoperta solo se periodicamente scossi dalle nostre nozioni preconcette è preoccupante per coloro che vogliono che la religione di Ifá abbia tutte le risposte giuste su qualsiasi cosa.

Quando i primi missionari cristiani tradussero la Bibbia in yorùbá la parola Èşù era utilizzata per rappresentare il Diavolo. Senza dubbio, questo è stato un deliberato tentativo di abbassare la credenza religiosa della tradizione di Ifá. L’effetto di questa calunnia è ancora evidente negli Stati Uniti, dove Èşù è spesso associato con l’idea di provocare danni attraverso l’uso della magia e della stregoneria. Uno sguardo più da vicino al proverbio yorùbá, il suo folklore e la storia sacra ci suggeriscono che i danni causati da Èşù sono il risultato del rifiuto di una persona di vivere in armonia con la verità che si riflette nelle leggi della natura.

I proverbi di questo capitolo sono un piccolo esempio di una cultura che è ricca di uso poetico del linguaggio. Molti di questi esempi usano analogie e immagini della natura che non sono comunemente utilizzati nel linguaggio colloquiale. Questo porta a una situazione in cui il significato originale del proverbio non può essere chiaro senza riferimento alle credenze spirituali e sociali di Ifá. Come in tutti i proverbi, non esiste un’unica interpretazione definitiva del suo significato. I proverbi che puntano alla verità sono sempre aperti a reinterpretazioni. E’la propria capacità di sbarazzarsi dai preconcetti, che ci da la forza di una rivelazione.

Proverbi e principi spirituali:

Diẹ diẹ o ékú njóórí.

A poco a poco si mangia la testa del topo.

Commento:

La prima riga della prima strofa. Mangiare la testa del topo è uno dei misteri dell’iniziazione agli Orisha ed è parte integrante del dramma simbolico che si verifica durante i rituali di transizione.

Per me, ci sono due interpretazioni di questo proverbio e in entrambi andiamo al cuore della saggezza di Ifá come io la intendo.

L’uso più comune di questa frase è una risposta a una serie di domande.

Quando per la prima volta ho cominciato a studiare Ifá i miei anziani dissero:

Che cosa sei disposto a fare con l’esperienza della trasformazione spirituale?

La risposta corretta è:

Sono disposto a mangiare la testa del topo.

Questo sarebbe seguito dalla domanda:

Come pure, mangiare la testa del topo?

La risposta sperata è:

A poco a poco si mangia la testa del topo.

Dal punto di vista occidentale, questo dialogo ha una connotazione chiara e molto diversa della reazione nella cultura yorùbá. Per quelli di noi che sono stati cresciuti in un ambiente urbano, l’idea di mangiare un topo è molto disgustosa. Tuttavia, nelle giungle della Nigeria, vi è un’ampia varietà di roditori, di dimensioni variabili da pochi centimetri, di forma e aspetto di un piccolo maialino.

Questi roditori sono inclusi nella dieta normale Yorùbá e sono considerati un aggiunta desiderabile per ogni pasto.

Devo ammettere che ero scettico la prima volta che mi è stata servita un zuppa di roditore, ma una volta che ho raccolto il coraggio di dare il primo morso, non ho avuto poi difficoltà con il sapore.

L’esperienza ha davvero cambiato la mia comprensione del proverbio “mangiare topi”.

In un primo momento, ho pensato che la frase mangiare la testa del topo significa che gli iniziati, i novizi sono disposti a fare qualsiasi cosa, non importa quanto sgradevole sia pur di conseguire una trasformazione spirituale.

Nella mia esperienza, questa è una interpretazione comune se utilizzata nella preghiera per l’ Orisha qui in Occidente.

Ma in Africa non c’è nulla di offensivo nel mangiare roditori, e sono stato costretto così a riconsiderare la mia interpretazione del proverbio.

In termini pratici, la testa del topo è molto difficile da mangiare a causa delle ossa fragili che tagliano la bocca se non si rimuove con cura la carne.

Con questa osservazione mi è venuto il sospetto che a poco a poco si mangia la testa del topo ha un’interpretazione molto più letterale.

Ifá si basa sulla convinzione che la trasformazione spirituale avviene lentamente, un passo alla volta in una sequenza regolare porta ad un risultato desiderato.

Se si mangia la testa del topo, si deve fare  molto lentamente e con attenzione, togliere la carne, un po ‘alla volta.

Spesso, si perde questo insegnamento circa la verità. Abbiamo la vana speranza che l’Orisha risolvere tutti i nostri problemi attraverso un processo magico che non richiede nessuno sforzo da parte nostra.

L’ Odù Òsa’túrá (Òsá Òtúrá) dice che quando il profeta Òrúnmìlá definisce la natura della Verità, dice che coloro che dicono la verità saranno guidati dall’ Orisha.

Dire la verità nella cultura yorùbá è anche vivere e agire Veramente.

La verità per gli  Orisha non è qualcosa che una persona fa, è sempre un processo che ci coinvolge. Come stringere la mano con forza e emanare energia, sappiate:

Siamo venuti dal regno spirituale.

La conoscenza senza l’azione è una verità vuota.

Di: Áwo Falokun Fatunmbi.

Traduzione: Odé Ợlaigbò

fonte: ocandomble.com

Riflessione per la Vita

“Puoi parlare perfettamente lo Yorùbá e sapere tutti gli accenti e scriverlo anche. Ma se non sai come parlare con bontà e amore ai tuoi fratelli e sorelle, allora non hai imparato niente.                                                                                                                                                           Puoi memorizzare ogni Oriki e ogni ẹsẹ Odu di Ifá e sapere come “lanciare” una divinazione perfetta.
Ma se non sai come trattare le persone e come superare le loro forme distruttive e negative, sei ancora un principiante nel regno spirituale.
Puoi conoscere ogni danza e tutta la musica oltre a tutti i protocolli del tuo lignaggio.
Ma se non puoi andare per un cammino di pace e di allegria interiore questa allora è solo un’altra canzone e un’altra danza.
Puoi conoscere tutti i rituali, le cerimonie, e il modo in cui fare opere e lavori spirituali.
Ma se non puoi vivere il rito della vita e vivere le virtù degli Orisha, degli Egun e del tuo Ori, allora sei un semplice tecnico, ma certamente non un maestro spirituale.
Puoi avere titoli, i più impressionanti, avere un ile, tempio o luogo di culto per dieci mila persone.
Ma se senti il bisogno di degradare, controllare, manipolare gli altri o offenderli se sono in una posizione inferiore, sarai solo un altro ego infantile che cerca di trarre vantaggio a scapito degli altri.
Puoi stare nel culto per tutta la tua vita.
Ma se pensi che ti renda migliore o più avanzato di qualcuno spiritualmente, allora sei un pazzo, perché non potrai riconoscere che il nostro Ori è il nostro primo insegnante e sta insegnando a tutti fin dalla nascita.
Puoi essere vecchio di anni.
Ma se vivi ancora la vita come un bambino capriccioso di 10 o 15 devi ancora camminare per arrivare al sacerdozio.
Parlami di Èşù quando sei capace di fare delle scelte responsabili e dire la verità in parole e atti.
Parlami di Ògún quando sei capace di rompere le tue illusioni, affrontare le tue paure, i tuoi fallimenti e coraggiosamente evolvere per manifestare il meglio di te.
Parlami di Òsún, quando sei capace di creare armonia, gioia e abbondanza nella tua vita senza egoismo.
Parlami di Ợbàtálá, quando sei capace di seminare la pace più pura e mantenere una mente tranquilla.
Parlami di Òya, quando sei capace di stare nell’ occhio dell’uragano della vita e fluire facilmente quando i venti del cambiamento sono su di te.
Parlami di Yemojá, quando sei capace di bilanciare le tue emozioni e entrare in empatia con gli altri.
Parlami di Òrúnmìlá, quando sei capace di vedere il mondo attraverso l’occhio della saggezza ed equilibrare il giudizio con la compassione e non con aspre critiche e altre inadeguatezze.
Parlami di Şàngó, quando puoi trascendere il tuo ego e servire gli altri con compassione.
Parlami di Ìyàámi quando sei capace di onorare le donne nella tua vita e trattarle bene e abbracciare il lato femminile della tua anima.
Parlami di Egbe Ợrùn / Ibeji quando sei capace di conoscere e distribuire l’amore universale.
Parlami di Òșóòși quando sei capace di condividere il cibo con lo straniero.
Parlami di Ǫbalúwayè quando sei capace di identificare e curare le malattie del corpo e dell’anima di un tuo simile.
Parlami di Ìwá Pèlé (carattere) quando puoi realmente trattare gli altri come tu vorresti essere trattato, perché ti rendi conto che non c’è separazione tra te e me, a parte ciò che sta nelle nostre menti.
Parlami di  Ọlódùmarè quando hai la certezza che la fonte esiste e ci nutre, che siamo tutti interconnessi e che nessuno può compiere il suo destino da solo.
Se non sei ancora capace di accettare questo insegnamento, allora devi tornare nel grembo materno e provare tutto nuovamente. Èmi ni Isese.”

Fonte: https://ocandomble.com/2016/10/03/otito-fun-aye/

Tre livelli dell’ orisha

Per chi ha studiato alchimia è facile vedere come all’interno del culto degli orisha, esistono somiglianze e similitudini, rispetto alla grande tradizione dell’alchimia esoterica.

Senza entrare nei dettagli della tradizione della “Grande Arte” sappiamo che l’alchimia divideva la realtà su tre livelli che sono presenti in tutte le cose e attraversano tutti gli ambienti, tutti gli esseri e tutte le manifestazioni su questa terra.
image

L’alchimia divide anche in sette enti o entità visibili più tre invisibili ad occhio nudo, sono essi archetipi che si manifestano su questa realtà terrestre che c’è data di abitare a questo stato di coscienza umano.
Questi i sette pianeti basici sono : Sole Luna Marte Mercurio Giove Venere Saturno. Nettuno, Plutone e Urano sono 3 invece che sono invisibili all’occhio senza il supporto meccanico .

image

Affianco a questi 7 enti o pianeti ci sono poi 3 diversi livelli: il sale, il solfo, il mercurio.

image

Questi tre aspetti sono presenti in tutte le cose e tutte le manifestazioni terrestri dalle piante ai minerali agli animali agli esseri umani. Tutto è pervaso ed interpretabile a seconda di questi livelli di riferimento sono delle vere e proprie ottave, cioè delle scale di frequenza, che indicano il livello di sottigliezza o forse di distillazione al quale ci si riferisce dal più pesante il sale a quello più sottile il mercurio.

Ti ogni archetipo descritto sopra di ogni archetipo descritto sopra se li facciamo passare attraverso i tre livelli di spessore diverso abbiamo manifestazioni della stessa energia che si distinguono per piani e per qualità dal più spesso al più sottile vi faccio un esempio.

Esiste un aspetto salino di Giove c’è un diremo un sale Gioviniano che per esempio potrebbe essere rappresentato dal piacere del cibo del piacere della compagnia dall’essere una persona Gioviniano appunto e questo è sul livello del sale ma se saliamo di un livello lo stesso Giove ci dà una serie di sentimenti e di emozioni che riguardano il piacere della generosità e dell’abbondanza. Ci rimane il livello più sottile quello dello spirito Gioviniano che quella capacità generativa, procreativa.

Così è anche nell’essere umano dove abbiamo il corpo cioè il sale, più sottile abbiamo l’anima cioè il solfo e ed infine impalpabile ma esistente lo spirito cioè il mercurio.

Così come abbiamo l’energia corporea istintiva antica primordiale autonoma poi abbiamo l’energia emotiva astrale e poi l’energia spirituale universale.

E così via dallo spesso al sottile dallo spesso al sottile e viceversa possiamo in realtà avere una mappa di orientamento a seconda del punto di vista dalla quale vogliamo osservare la realtà.
image

Ma torniamo il culto degli Orisha. Mi sono accorto negli anni, che, anche noi, all’interno del culto, abbiamo diversi livelli di interazione e diversi punti di vista dal quale poter osservare il singolo fenomeno oppure la singola Energia che proviene da un orisha piuttosto che un altro.

 

 

 

 

 

Ogni energia archetipica di ogni orisha può essere diviso in tre diversi livelli :

Predatorio:

E’ la parte dell’orisha che, come dice la parola, è vicina alla dimensione predatoria. è un modo di agire molto maschile. Si agisce con la forza, nella lotta, nella dualità, è sempre in opposizione a qualcuno altro. Mi dai, mi prendi, mi procuri.

L’orishà in questo caso, è un’entità che sembra obbedire al sacerdote e all’iniziato. ed anche il contrario l’iniziato sembra obbedire all’orishà. i due sembrano appartenere uno all’altro non in un senso di essere uniti ma con un senso di possesso vicedenvole. Il MIO orisà, Sono SUO fgelosiaiglio. Tutto risponde a questa frequenza, l’offerta è in questa ottica, di sangue (predatoria) appunto, è eseguita con forza da parte dell’officiante, la richiesta come la preghiera, nella forma più bassa, è una sorta di imperativo: vai… e fai. LA frequanza è quella della Possessività

 

 

Condizionato:

E’ già un livello più sottile del precedente, la polarità , comunque esistente, è meno percettibile.

Questa energia agisce nello scambio e nel patto, è condizionato a qualcuno a qualcosa perchè possa funzionare, la preghiera è basata sulla legge del rapporto di scambio: se mi dai questo allora ti do questo, agisce nell’emozionalità creando legami di scambio, io ti amo se , io ti rispetto se, io ho fiducia in te se …BARATTO

L’offerta in questo caso, è pesata ed agisce nel rapporto di equilibrio: se ti offro questo tu fai questo, spesso nella sua espressione più bassa è meccanicistica. Anche qui l’offerta è proporzionale all’oggetto che viene richiesto.  Su di una scale di valori che va dalla semplice candela e acqua all’offerta di sangue. Più è alta la posta in gioco, più è importante e difficile da ottenere quello che si richiede.  La frequenza è quella del Baratto.

 

Assoluto: è il livello più sottile. Non agisce nella polarità, ma sull’Uno: è assoluto, appunto.

Questa forma energetica si riferisce all’orisha senza condizioni nè forza. Tutto quello che ricevo è il meglio che posso ricevere. La preghiera di richiesta non si basa su di un comando, nè su di uno scambio. Abbiamo l’assoluta certezza che l’orishà creerà le condizioni perchè non ci sia più motivo di avere una richiesta, perchè tutto è già ottenuto.images

Qui la richiesta non c’è. Non c’è neanche l’offerta, nella sua espressione più alta. Quando ci sono richiesta e offerta sono in realtà conferme che ciò che è richiesto è gia ottenuto.

C’è una totale adesione tra iniziato e Orishà ma non nel senso ella possessione ma nel senso della Identificazione.

La frequenza è basata sulla Gratitudine.

 

 

 

Moforibale, l’atto di mettere la testa al suolo.

Morofibale, l’atto di mettere la testa al suolo.

Foribal è un atto di saluto e venerazione, fatto direttamente per un Òrìà o per un Baba Ìyálòrìà. Questo saluto può essere fatto da qualsiasi persona iniziata e consacrata o anche da un semplice simpatizzante della nostra religione. La parola Foribal è inserita nel dizionario Yoruba- Portoghese come un verbo transitivo che significa venerare, adorare. Letteralmente il termine significa “mettere la testa al suolo”. Questo rituale è anche conosciuto con il nome di Fori()kànbal, che letteralmente significa “mettere la testa e il cuore al suolo”.  Questo si riferisce all’ atto di chinare la testa al suolo davanti alle divinità delle persone che in un certo modo hanno partecipato al rito di iniziazione e al proprio culto sacro.

Si può anche fare l’atto di Foribal a un anziano, denotando rispetto alla sua anzianità e ai suoi “anni di santo”. Durante questo saluto il Baba o la Ìyá toccano il suolo e la testa di chi si è prostrato davanti a loro, autorizzandolo in questo modo ad alzarsi e in seguito, alle persone che lo richiedono sarà data la benedizione degli Òrìsàs.

Esistono due modi di realizzare il Foribal. Uno denominato di Dbal destinato agli ìyáwò che sono stati iniziati agli Òrìà la cui essenza è maschile e Yíka per quelli di essenza femminile. Quest’ultimo si divide ancora in due gruppi; il gruppo di ÒunYemja e Nãnã e il gruppo di YewaOba e Oya. Le divinità maschili procedono sempre allo stesso modo.

In alcuni lignaggi, coloro che appartengono a Òrìànlá, fanno solamente Foribal per quelli che li hanno iniziati e consacrati dentro il mistero del culto. Per gli altri a cui devono il loro rispetto, solamente vi si inginocchiano di fronte con la testa inclinata verso il basso, e con la mano toccano il suolo e la testa per tre volte e chiedono la benedizione. Questo atto è chiamato Kúnlẹ-dojúde, letteralmente “inginocchiarsi con gli occhi in direzione del suolo”.

E’ importante rilevare che nella maggior parte dei Terreiros Tradizionali di Salvador nello Stato di Bahia, gli Òrìà non realizzano questo atto, solamente “si stendono a terra” senza mettere la testa, indipendentemente dal grado sacerdotale o stato della persona che si saluta. In questo modo, “stesi a terra” salutano l’Òrìà Tutelare della testa di questa persona e non l’essere umano propriamente detto. Se la persona fosse seduta, si alzerebbe e riceverebbe un abbraccio dall’ Òrìà.

Sempre quando c’è una cerimonia, prima di iniziare i riti, tutti devono fare Foribal al santuario delle divinità, denominato Pèpéle. In seguito si apprestano a salutare il Baba o la Ìyá e a seguire salutano tutto il corpo sacerdotale presente in ordine di anzianità nel Terreiro. Questo stesso procedimento si realizza quando arriviamo in una Casa di Candomblé.

Molto è stato perso oggi del Rito del Foribal. Nella maggior parte dei casi i membri di un Terreiro, arrivano, non si purificano con bagno di erbe prima di cambiarsi, saltano i saluti alle Divinità Primordiali della Casa, e salutano alla meno peggio il Corpo Sacerdotale, così come i propri fratelli e sorelle della comunità.

Testo: Baba Guido Olo Ajaguna

Fonte:http://ocandomble.com/2015/11/25/moforibale-o-ato-de-colocar-a-cabeca-no-chao/

 

 

L’Uovo – Fondamento.

L’uovo: l’uovo è il principale e maggiore simbolo di fertilità, utilizzato ampiamente nei rituali di purificazione, iniziazione, borì, ebò propiziatori e di difesa.
Esistono vari racconti di Ifa che riportano l’importanza dell’uovo.
Uno di questo racconta che Òlódúnmàré (Dio) stava per dare origine all’universo, e aveva in mano una scodella di terracotta con all’ interno ” quattro uova”.
In principio con il primo uovo diede origine a Òòrìsànlà-Òbátálà, che nacque in un’esplosione di luce, senza forma, quando letteralmente Dio disse: “Ci sia luce!” Òòrìsànlà sorse nel mondo.
Con il secondo diede origine a Ògún, la forma.
Con il terzo, diede origine a Òbálúwàiyé, la struttura.
Il quarto uovo, accidentalmente cadde dalla sua mano esplodendo al suolo e rivelando tutta la sua ricchezza, dando origine cosi alla prima donna universale, chiamata Ìyàmi-òsòróngà.

L’uovo possiede tre differenti colori, associati ai colori principali e primordiali dell’universo:
l’uovo dal guscio azzurro, che rappresenta il colore scuro ed è relazionato a “aba”, l’oscurità,  il buio delle profondità del mare e della terra;
l’uovo dal guscio bianco è in relazione con “iwà”, l’esplosione di luce;
l’uovo dal guscio rosso è in relazione con “àsé”, con il fuoco che mantiene la fertilità, lui è totalmente in relazione con il potere sovrannaturale.

Dall’uovo nasce un nuovo essere, come l’idea che anche l’universo nacque primordialmente proprio dall’uovo, in forma di prototipo del mondo.
“Come un figlio dalle ali nere = iyami osoromga che fu corteggiata dal vento= oorinsanla obatala”.

L’uovo è una cellula riproduttiva femminile degli animali chiamata macro-gameta, ossia, rudimento di un nuovo essere organizzato, primo prodotto dell’incontro di due sessi, grazie ai quali si sviluppa la possibilità dell’esistenza del fato.
Germe, origine, principio.
Un’ immagine viva del grande mondo (universo), in opposizione al Microcosmo (l’uomo).
L’uovo è il risultato della composizione e della fecondazione degli ovuli, e possiede 4 parti:
la prima è il guscio che rappresenta l’utero (involucro mitico), la seconda parte è la membrana interna che rappresenta la sacca, placenta uterina (parete difensore), la terza parte è l’albume, materia viscosa e biancastra, e la quarta parte è il tuorlo, parte intima, centrale e globulare, capace di riprodursi, quello che rappresenta un feto, un nuovo essere generato pronto per nascere e affinarsi in ciò che gli è necessario.
Il mito dell’uovo è presente in tutte le culture antiche, tra le quali yoruba, polacca, fenicia, cinese, slava, polinesiana, finlandese, hindu, tedesca, ebraica etx.

La forza germinale contenuta nell’ uovo, è associata all’energia vitale e al suo grande sviluppo attraverso Eshù, motivo per il quale, sia l’uovo che Eshù, hanno una funzione importantissima nel culto yoruba, principalmente nel culto di Iyami Osoronga, Osun, Iyewa, Oya, Omolu etc..
Il tuorlo o sangue germinale, usato nel culto per la fertilità, per usi curativi, per purificare e bruciare le forze negative, e l’albume usato per ottenere nutrimento e idratazione, quando si riuniscono, si trasformano in un unico essere vivo all’interno dell’uovo, riproponendo lo stesso processo dell’interno dell’utero che è anche lo stesso processo che accade nei rituali, in una stessa idea di unione della coppia universale: Òòrìsànlà-Obátálà e Iyémowo.
Tuttavia, nel contesto dell’uovo, l’unione accade più rapidamente in quanto non esiste nessun tipo di vincolo biologico tra madre e figlio, ossia, non esiste il cordone ombelicale.
Questo spiega il potere contenuto nell’uovo di per se, in quanto è un elemento creato direttamente da Òlódúnmàré (Dio).
Lui mise per prima cosa l’uovo nel mondo, subito dopo sorse da quest’ultimo la vita, ossia, l’uccello. Per questo, l’uovo è un elemento creato dal Creatore, il simbolo più importante e rappresentante del potere di Iyami Osoronga, la madre universale, che necessita intrinsecamente del potere maschile di Òòrìsànlà-Obátálà, il quale fa dell’uovo un elemento di grande àsé (potere creatore).

L’uovo è utilizzato ampiamente nei rituali in varie forme.
Dopo essere stato incantato con parole specifiche, può essere utilizzato per neutralizzare il male, purificare la testa di uno iyawo prima della sua iniziazione, così come purificare la Testa che riceverà un sacrificio su Orì, prima di un borí.
L’uovo è anche capace di purificare il cammino delle persone che hanno ostacoli nella propria vita. Togliere problemi e confusione. Purificare una persona, togliere la morte dal cammino di qualcuno.
L’uovo è anche utilizzato nei rituali propiziatori, con la finalità di ottenere fertilità, attrarre denaro, produttività negli affari e risoluzione di alcune situazioni quando per esempio viene utilizzato in èbò per Ìyàmi Osòróngà.
L’uovo quando è cotto è usato intero sulle offerte per le divinità, avendo la funzione di neutralizzare le influenze negative. Oppure cotto e mischiato con “ekuru”, viene utilizzato come offerta che cosparsa sul pavimento della Casa degli Òrìsá, ha lo scopo di soddisfare le “AYES” (spiriti che vivono sulla terra), sorprendendo così il male o neutralizzando le energie negative, se vengono richiamate da questo rituale; le AYES sono sotto il dominio di Iyami-òsòróngà, Eshù e Òbálúwàiyé, fornendo abbondanza e prosperità alla casa.
L’uovo crudo con la sua freschezza, quando viene usato intero in un’offerta ha la funzione di tranquillizzare e rinfrescare. Per questo è così comune vedere molte uova crude messe per terra ai piedi di alcuni Ajùbòs (assentamenti degli Orisas); hanno infatti lo scopo di attirare abbondanza e protezione.
A seconda dell’azione della Divinità, agirà non solo in termini di fertilità nel grembo materno, ma fornirà anche denaro, fortuna, salute e sviluppo della vita, essendo l’uovo un agente naturalmente fertile.
Quando le uova crude sono rotte e passate direttamente sulla testa di una persona, hanno una funzione potente per purificare e liberare fino al 80% di qualsiasi maleficio o di qualsiasi altro tipo di negatività che è sull’ ORI della persona.
Quando in un Ebò, le uova crude sono gettate a terra o rotte sulla cima del corpo di una persona c’è un sacrificio di purificazione, comunemente chiamato scarico, ed ha come finalità quella di chiarificare le strade, togliendo le difficoltà della vita o qualsiasi spirito di forza contraria.
Nella sua rottura, l’uovo rivela la sua ricchezza e il suo potere tanto soprannaturale quanto concreto, perché nel momento stesso in cui si rompe, l’uovo non avrà più la capacità di germogliare, cioè di far nascere qualcosa da lui, così in una sorta di sostituzione o di scambio, si annienterà il problema, consentendo la fine di qualcosa o di una situazione negativa.
Per questo motivo, l’uovo grezzo deve essere rotto principalmente sull’ Ori della persona, in una sorta di preparazione della testa, che subito dopo porterà ad altri riti di preparazione e sacrificatori:
a partire dal primo, il sangue nero, Agbo-tutu (linfa di erbe fresche), poi il sangue rosso derivante da uccelli e quadrupedi e infine il sangue bianco dell’ igbin (lumaca) che viene messo alla fine, e così viene fatta la purificazione, permettendo il rafforzarsi della forza soprannaturale, calmando e concimando la testa, che in quel momento riceve Asè puro con l’unione dei tre tipi primordiali di sangue .
In ogni rituale, quando un uovo è rotto, il nome di Iyami-òsòróngà è rispettosamente citato e riverito perché qualunque sia l’uovo, a lei appartiene, come raccontano molti Itãn di Ifá.
Rompendo un uovo sulla strada al mattino per tre o sette giorni consecutivi, chiamando Elegbara e Iyami-òsòróngà e spargendo dendè, si compone un rituale semplice e potente del culto di Iyami-òsòróngà, che ha la finalità di scongiurare qualsiasi tipo di difficoltà o pregiudizio, calmando qualsiasi forza ostile nel percorso di una persona.

Come dice Ifá, “l’uovo di anatra” è il simbolo della vita ed è una delle proibizioni di Iku (morte).
L’uso di uovo di anatra crudo, è essenziale soprattutto in certi rituali, con lo scopo di rompere il potere della morte, della malattia e delle perdite, e così la persona otterrà longevità, salute e guadagno.
Quando invece è cotto e esfarinhado viene usato come agente di purificazione; viene infatti passato sul corpo di una persona in Ebò di Egungun o Onile (nel terreno), e il guscio e tutto il resto viene trasformato in polvere (essiccato al sole), e viene poi utilizzato nell’ IGBA-Ori e negli assentamenti di quegli Orisas che sono in rapporto con Iku.
Ad esempio Èsú, Ògún, Òbálúwàiyé, Iyewá, Òmòlú, Erinlè, Ibeji, Sàngó, Oyà, Iyémowo, Òòrìsànlà, Ajaguémó, Iroko, Yòbá, Onilé, Egungun e Gèlèdè.

Come riporta Ifa, l’unico Orisa che non ha relazione con Iku è l’Orisa Osun.
Lei non ha accettato alcun rapporto con la morte, e inoltre non accetta che gli animali nel suo culto siano sacrificati sulla sua Okuta (pietra).
Per questo motivo non ammette l’uso di qualsiasi utensile di colore scuro, avorio, osso, bucato, di qualsiasi cosa che abbia piene relazioni con la morte. Questo spiega anche il perché Osun non accetta che le sue figlie muoiano facilmente, quindi Osun le protegge dando lunga vita in un’azione di “proroga” con il contatto con la morte.
Tutti questi aspetti di Òsún sono riportati negli Itãns di Odu Ósé.

Classificazione delle Uova e delle loro funzioni:
Uovo di gallina crudo: purifica e calma.
Uovo di gallina cotto: toglie le malattie.
Uovo di gallina esfarinhado: neutralizza la negatività dell’ambiente, attira prosperità e abbondanza.
Uovo di anatra crudo: indebolisce la forza della morte, delle malattie gravi e della perdita.
Uovo di quaglia: neutralizza i malefici.
Uovo di gallina d’Angola: fornisce denaro, fortuna, prosperità, ricchezza e successo nel mondo degli affari.
Uovo di piccione: fornisce tranquillità e fertilità

Fonte: http://candombles.blogspot.it/