ỌMỌLU, IL MISTERIOSO

Coperto di paglia, Ọmọlu rimane sempre nel mistero.
La bellezza dei suoi lineamenti, la grandezza dei suoi gesti è rivelata solo a pochi.

Ọmọlu e Ọbalúwáiyé sono cultuati in Brasile come energie di uno stesso Òrìṣà.
Il primo più vecchio e il secondo più giovane.
Ọbalúwáiyé lottò contro Àrùn (la malattia). E ‘stato il primo ad affrontarla. Conosce il suo volto. Per questo può sconfiggerla.
Ọbalúwáiyé è il guerriero della salute.
Così, maturò come Ọmọlu diventando saggio e conoscitore delle cure.

Signore dell’interno della terra, accoglie i morti tra le sue braccia, dando al corpo un luogo di riposo, al termine del cammino della vita.
Ọmọlu è tranquillo, avveduto. Prudente, sa che è possibile vedere senza dire e ascoltare senza parlare. Ma quando parla, fa tremare la terra.

Il ritmo liturgico che lo accoglie, l’ọpanijẹ, traduce la personalità enigmatica di questo Òrìṣà. Accompagnando il battito ritmico dei tamburi, Ọmọlu va per il mondo, attraversando continenti di dolore, distribuendo in regalo la salute a chi fa per meritarsela.

Porta nella pelle il marchio di tutti i disagi. Dura e persiste, muore e rinasce superando la malattia del rifiuto, la povertà della solitudine, l’ingratitudine del male.
Olóore (Signore della Bontà) non si stanca mai di fare il bene.
Ọmọlu è quindi un grande medico, che guarisce le malattie del corpo e guarisce le ferite dell’anima.

Originario della regione di Empe in territorio Tapá dell’antico Dahomey,
Ọmọlu è venerato in Candomblé in una grande festa di comunione: l’ Olúbájẹ (Il banchetto del Re). In questa cerimonia, tutti mangiano insieme, pregano insieme, per costruire insieme un mondo migliore, con le benedizioni del Signore della Terra.

Camminiamo con i piedi scalzi sul suolo e sentiamo la forza di tutte le possibilità che la terra ha: il supporto, la base, la vita, la culla della morte.
Camminiamo con i piedi scalzi sul suolo e sentiamo la forza di Ọbalúwáiyé. Atótóo!
Silenzio in rispetto a Lui!).

Fonte: Serie “ORIXA – CASA DE OXUMARE”

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ÌBÉJÌ, I GEMELLI

I bambini nati dalla stessa gravidanza sono speciali, rari, divini.

Benedetta la famiglia scelta dagli Ibeji!
Benedetta la famiglia scelta per la felicità della doppia nascita!

I gemelli possiedono una sola faccia, ma hanno due individualità.
Ognuno ha le proprie gambe, ma vanno sempre insieme.
Vicini alla famiglia, aumentano il lavoro e così portano prosperità.

Ibeji è l’innocenza infantile, è il riso sciolto, la gioia del gioco.

Ibeji è il bambino puro che non è legato al dolore, che non si vergogna di perdonare; dall’ affetto sincero, dal desiderio di un abbraccio.

Il culto di Ibeji inizia a Oyo, quando la moglie del re Dàda Àjàká (fratello di Sango) dà alla luce due gemelli. Fu un regalo di Ibeji!
Comincia così il culto della gioia!
I due gemelli sono riconosciuti come uno: un regalo unico del Creatore!

Ibeji sono quei fratelli che insegnano l’unione.
Dividono l’utero, il latte, ma moltiplicano l’amore e la felicità.

Divinità della purezza infantile adorata ovunque affinchè questo sentimento sia presente in tutte le età.

Ibeji è dentro di noi che anche da adulti, permettiamo al bambino che siamo stati, di sorridere nuovamente.

Che la gioia dei due gemelli ci accompagni! Oni Ibeji Ibeji! Béjèrò!

Fonte: Serie “ORIXA – CASA DE OXUMARE”

ỌBÀ

ỌBÀ è la passione che acceca, la devozione sconfinata, la fedeltà all’Essere amato. E’ un fiume turbolento che taglia la Nigeria, come l’amore che taglia il cuore.

Moglie più vecchia di Ṣàngó, ỌBÀ è la sintesi della donna matura che si vede respinta da qualcun altro.

E’ cacciatrice e guerriera instancabile. Utilizza l’arco, la freccia, la spada. Non si umilia, non si abbatte, ma vuole ripararsi.

ỌBÀ governa le acque agitate di fiumi, le cascate, le inondazioni, le passioni.
ỌBÀ si trova nella gelosia, nella furia femminile, nel dolore di un amore perduto.

Il fiume ỌBÀ oggi attraversa Ọ̀yọ́.
Abbondante, rumoroso, pericoloso. Fornisce acqua e minacce a chi non sa nuotare nelle sue acque del mistero.

ỌBÀ è la Signora del lato sinistro del corpo. E’ incompresa, enigmatica.
Matura, è la Signora che partecipa alla società segreta delle donne.
E’ la madre degli Àbíkú.

Il suo culto è originario della città yoruba città di Elẹkò, ma si diffuse in tutto il mondo. Dove c’è la passione, c’è Ọbà.
Dove c’è la donna sofferente, Ọbà  andrà a proteggerla.
Ọbà ṣiré! (Festeggiamo Ọbà!).

Fonte: Serie “ORIXA – CASA DE OXUMARE”

Pierre Verger: Omolu

Obaluaye in Africa

Obaluayé “il Re proprietario della Terra” o Omolu “il Figlio del Signore”, sono i nomi generalmente dati a Shapanan (Sanponna), il dio del vaiolo e delle altre malattie contagiose, il cui nome è pericoloso anche solo se pronunciato, ma sarebbe meglio definito come colui che punisce i malfattori e gli insolenti infliggendo loro il vaiolo. Obaluayé, esattamente come Nanan Buruku, di cui tratteremo nel prossimo capitolo, sembrano fare parte del sistema religioso pre-Odudua.
Ne l’uno ne l’altra figurano tra i suoi compagni al momento del suo arrivo a “Ife”, ma certe storie di “Ifa” dicono che Obaluayé si era già stabilito nell’ “Okè Itase”, prima dell’arrivo di Orunmila il quale sì faceva parte del seguito di Odudua.
Un’altra indicazione a proposito dell’anzianità di Obaluayé e di Nanan Buruku (quest’ultima spesso confusa con lui) è data da un particolare del rituale usato per eseguire i sacrifici che sono a loro offerti.
Questo rituale si esegue senza usare il coltello di ferro, il che tende a comprovare che queste due divinità facevano parte di una civiltà di prima dell’età del ferro, per questo fatto, in quel momento arriva Ogun il quale faceva invece parte dei compagni di Odudua. Alcune leggende parlano della disputa di Obaluayé e di Nanan Buruku contro Ogun. I primi rifiutandosi di riconoscere che l’anzianità del dio del ferro possa essere maggiore della loro, si astengono dal servirsi del ferro per compiere le loro diverse attività.
Questa rivalità tra dei potrebbe essere interpretata come lo scontro di religioni appartenenti a delle civiltà distinte, installatesi in tempi successivi sullo stesso luogo e rispettivamente anteriori e posteriori all’età del ferro.
Questa disputa tra dei potrebbe anche essere il riflesso delle differenti origini dei popoli venuti gli uni dall’est con Odudua e gli altri dall’ovest, molto prima di quell’epoca. Il luogo di origine di Obaluayé è incerto, ma si suppone che quasi sicuramente si tratti del paese “Tapa” (Nupé); se non proprio il suo luogo di provenienza, al meno un punto di origine di tale credenza.
Frobenius scriveva che a “Ibadan” gli avevano detto che “Sanponna” era stato un tempo re del paese “Tapa”. Una leggenda lo confermerebbe: “Obaluayé Shapanan” era di “Empe” (Tapa), aveva condotto i suoi guerrieri in spedizioni ai quattro angoli della terra. Una ferita delle loro frecce rendeva ciechi, sordi o zoppi.
Obalouayé Shapanan giunse così, combattendo e decimando i suoi avversari, al paese dei “Mahi” a nord del Dahomey e si mise a massacrare e a distruggere tutto quello che si trovava davanti. Ma i “Mahi”, avendo consultato un “babalawo”, appresero da lui come calmare Shapanan con delle offerte di mais grigliato e scoppiato (pop corn !). Calmato da questa offerta, Shapanan disse loro di costruirgli un palazzo dove, da quel momento in poi, lui avrebbe risieduto e che non sarebbe mai più ritornato a “Empè”. Il paese Mahi prosperò e tutto si volse alla calma ma, malgrado la scelta di Shapanan Obalouayé di stabilirsi in quel suo nuovo luogo, tutti continuarono a salutarlo come: – Kàbiyesi Olutàpa lempe -, cioè – Re di Tàpa del paese Empe – “.
Il culto del vodun “Sapata”, versione fon di Shapanan, avrebbe il suo luogo di diffusione nel paese Mahi in un villaggio chiamato “Pingini Vedji”, non lontano da Dassa Zoumè, dove fu portato dai Nago (Yorùbá).
Questa tradizione è confermata a Savalu nel paese Mahi dove il “Sapata Agbosu” del quartiere di Bla, capo dei Sapata della regione est dice di essere stato portato dai tempi di “Ahosu Soha”, il fondatore, o più esattamente il conquistatore del luogo, punto finale del suo movimento migratorio verso nord. Viaggio intrapreso per allontanarsi da quelle regioni devastate dalle campagne dei re di Abomey contro i loro vicini dell’est. “Ahosu Soha” aveva, nel corso del suo ramingare, incontrato a Dame sul fiume Ouèmè, i Kadjanu, dei Nago originari della regione dell’ “Egbado”, che, pure loro, stavano emigrando verso nord e che si unirono a lui per stabilirsi a Sàvalu con il loro dio “Agbosu”.
Le origini nago-yorùbá del vodun Sapata sono attestate dal fatto che, durante la loro iniziazione, i futuri “sapatasi”, genti consacrate a Sapata, sono chiamati “anagonu”, genti anago o nago e che la lingua rituale parlata nei “conventi di iniziazione” a quel dio, è yorùbá arcaico, ancora quotidianamente parlato dagli “Anà” del Togo interno.
Inchieste condotte a proposito di “Sapata-Ainon”, il “Proprietario della Terra”, presso i Fon, ci aiuta a comprendere la relazione tra “Sanponna-Obalouayé”, il “Re Proprietario della Terra” presso gli yorùbá e “Nànà Buruku”, considerata come sua madre in Brasile. Ad Abomey si dice che “Nana Buluku (i fon scambiano regolarmente la –r- con delle –l -) era la madre di una coppia “Kohosu” e sua moglie “Nyohwe Ananu” che sono i progenitori di tutti i Sapata, padroni di innumerevoli spaventose malattie di cui parleremo in altri nostri scritti.
Il culto di “Sapata-Ainon” conosciuto sia al nord che al sud di Abomey è dovuto a dispute con la dinastia degli “Aladahosu” re del Dahomey che portavano certi titoli gloriosi di Sapata come: “Ainon” (Padrone della Terra) o “Jehosu” (Re delle perle). I “sapatanon”, capi del culto, furono espulsi da Abomey in diverse riprese.
Ecco la leggenda tale e quale ce l’hanno raccontata a Dassa Zunè, a proposito dell’origine di “SapataSanponna”: “ Un cacciatore “molusi” (iniziato di Molu) vide pssare nella boscaglia un’antilope “agbanlin”.
Cercò di ucciderla, ma l’animale alzò una delle sue zmpe anteriori e cadde la notte in pieno giorno. Poco dopo tornò la luce e il cacciatore si trovò in presenza di un “aziza”, (aroni in yorùbá), che gli dichiarò che gli avrebbe donato un talismano potente da mettere sotto un mucchio di terra che egli avrebbe dovuto erigere davanti alla sua casa. Gli donò pure un fischietto con cui avrebbe potuto chiamarlo in caso di bisogno. Sette giorni dopo, un’epidemia di vaiolo incominciò a seminare desolazione nel paese.
Il “molusi” ritornò nella foresta e soffiò nel fischietto.
Apparve “Aziza” e gli disse che il talismano che gli aveva donato era il potere di “Sapata” e che bisognava costruirgli un tempio e che tutti, da quel momento in poi, avrebbero dovuto obbedire a “Molusi”.
Fu così che Sapata si stabilì a “Pingini Vedji””. Le cose proibite a Sapata sono l’ “agbanlin”, la gallina faraona (sonu), un pesce chiamato “sosogulo” le cui lische sono di traverso e il montone. E’ bene fargli delle offerte di capretto, galletti, fagioli e “igname” (tuberi).
Tornando al culto di “Sanponna-Obaluayé”, ci sarebbero, secondo Frobenius, due “Sanponna”: quello già segnalato di origine “Tapa” che si chiama “Sanponna-Airo” e l’altro che sarebbe andato ad “Oyò” dal paese “Egun” (Dahomey), che egli chiama “Sanponna-Boku”, avvicinandolo a “Nana Buruku” e confermando, in questo modo i legami che esistono tra “Obaluayé” e “Nana Buruku”.
Regna molta confusione a proposito di tutti questi appellativi: “Sanponna, Obaluayé, Omolu e Molu” che, in certi posti sono confusi e, in altri, sono degli dei separati e distinti. A complicare maggiormente il problema viene il fatto che anche “Nàna Buruku” è spesso confusa con loro (o con lui).
Per riassumere e cercare di chiarire un po’ la questione, diremmo che: – O si tratterebbe di un’unica divinità portata durante le migrazioni est-ovest, come quelle dei “Ga” i quali, dal Benin, si diressero verso la regione di Accra, sotto il regno di Udagbede, alla fine del XII secolo e riportato di nuovo al suo luogo di partenza con un nuovo nome che, all’origine, non era altro che un epiteto;
– oppure assistiamo in Africa ad un sincretismo tra due divinità venute, l’una dall’est: “Sànponna-Obaluayé-(Nàna Buruku)” e l’altra dall’ovest: “Omolu-Molu (Nana Brukung).
Ecco qualche “orìki” di questo dio raccolti a Ketu e Abeokuta: “Padre mio, figlio di “Sabe Opara” (Savè) Mio padre che danza sul denaro.
Dorme sul denaro.
Misura le sue perle con delle marmitte.
Cacciatore nero che si copre il corpo con vesti di rafia.
Non ho mai incontrato un altro orishà che faccia come Omolu un vestito di pelle, guarnito di piccole zucche.
Noi non vogliamo parlare (male) di colui che uccide e mangia la gente.
Noi vedremo ritornare sulla strada del campo il cadavere gonfio di quelli che insultano Omolu.
Nessuno deve uscire solo a mezzogiorno”.
Quest’ultimo appellativo allude al soprannome di “olòde”, proprietario degli esterni (della casa) dato ad Omolu e alla sua abituale presenza nelle strade durante le ore più calde del mezzogiorno…e il pericolo che ne consegue per quelli che sono sprovvisti di incantesimi protettivi.

Obaluaye nel Nuovo Mondo

In Brasile e a Cuba, “Sanponna” è, come in Africa, prudentemente chiamato Obaluayé o Omolu. E’ assimilato a San Lazzaro o San Rocco a Bahia e a Cuba e con San Sebastiano a Recife. Quelli che gli sono devoti portano due tipi di collane: “lagidiba”, fatta di piccoli dischi neri e l’altra di perle di vetro di colore bruno striato di nero. Quando il dio si incarna su uno dei suoi iniziati, è accolto con il grido di “Atoto” e il suo “elegun” è completamente ricoperto di rafia; la testa è coperta da un berretto appuntito con delle frange che gli nascondono il viso.
Il tutto sembra una balla di paglia da cui spuntano in basso delle gambe coperte da pantaloni di pizzo e, a metà altezza, due mani che brandiscono il “xaxara”, una specie di scopino fatto con le nervature delle foglie di palma, decorate con conchiglie, perle di vetro e piccole zucche, che si suppone contengano dei rimedi. Obaluayé danza piegato in due, come in preda a dei dolori; mima la sofferenza, i pruriti e i tremiti della febbre. I tamburi suonano per lui un ritmo particolare chiamato: “Opanije”, che significa in yorùbá “Egli uccide qualcuno e lo mangia”, espressione che si trova menzionata in precedenza negli “oriki” d’Africa. La festa annuale delle offerte di alimenti si chiama “olubaje”.
Cibi che si mangiano in comune e che si chiamano “aberem”, mais bollito e arrotolato nelle foglie di banna, della carne di becco e di gallina e delle “pipocas” nome Brasiliano per: -pop corn-. Il lunedì è il giorno della settimana a lui consacrato. In quel giorno, il suolo intorno alla chiesa di “Sao Lazaro” a Bahia è cosprso di “pipocas” che la gente si è sfregata sul corpo per preservarsi da possibili malattie contagiose, associando in tal modo, con una stessa manifestazione, la loro fede nella potenza del dio africano e del santo cattolico.
I cibi proibiti alle genti consacrate a Obaluaye sono, come in Africa, la carne di montone e la carne di pesce di fiume la cui pelle è liscia, i granchi, le banane del tipo detto “prata”, i frutti del – jaquier (?), i meloni, le zucche, i cavoli (?) e tutti i frutti delle piante rampicanti.
Obaluayé-Omolu-Shapanan è considerato in Brasile figlio di Nanan Buruku ed è originario del paese Mahi come lei e Oshumare.
I “péji” di queste tre divinità sono, per questa ragione, sono riuniti in una medesima capanna, distanti da quelli degli altri orishà.

Archetipo

L’archetipo di Obaluayé è quello delle persone con tendenze masochiste, che amano esibire le proprie sofferenze e delle infelicità di cui, segretamente, provano soddisfazione che sono incapaci di provare quando la vita si mostra clemente con loro.
Tali persone possono raggiungere situazioni materiali invidiabili, fino a raggiungere una vera prosperità e, un bel giorno, rifiutarle, presi da scrupoli immaginari. Per contro si può attribuire loro la capacità di consacrarsi al benessere degli altri, a scapito, in determinate circostanze, dei loro propri interessi e bisogni vitali.

Fonte: orixaspierreverger.pdf

Pierre Verger: Oba

Oba in Africa

Divinità del fiume dallo stesso nome, fu la terza moglie di Shango.
Anche lei, come le due precedenti mogli Oya e Oshun, ebbe dei rapporti con Ogun, se si deve dare credito ad una leggenda che ci dice che: “Obà era un orishà femmina molto potente e fisicamente ben più forte di molti orishà maschi.
Oba aveva sfidato e vinto successivamente in una lotta Oshala, Shango e Orunmila. Quando venne il turno di Ogun, questi, consigliato da un “babalwo”, fece un offerta di mais e – gombo -??, che pestò in un mortaio per formare una pasta vischiosa che poi sparse per terra nel punto dove avrebbe avuto luogo il combattimento. Durante la lotta, Oba scivolò su quella pasta e Ogun ne approfittò per atterrarla e possederla immediatamente.”
In seguito, quando Oba diventò la terza moglie di Shango, nacque una forte rivalità tra lei e Oshun, quest’ultima era giovane ed elegante, mentre Oba era più anziana e indossava dei vestiti fuori moda; di questo non se ne rendeva conto convinta com’era di poter monopolizzare l’amore di Shango.
A questo scopo, cercava sempre di scoprire i segreti delle ricette di cucina utilizzate da Oshun, quando questa preparava i pasti per Shango.
Oshun, infastidita, pensò bene di giocarle un brutto scherzo e così, un bel giorno, disse a Oba di andare un po’ più tardi ad assistere alla preparazione di un piatto che, disse ella, non senza malizia, faceva meraviglie in quanto a Shango, il loro comune marito. Nel momento convenuto arrivò Oba: Oshun si era annodato intorno alla testa un foulard che le nascondeva le orecchie e intanto faceva cuocere una zuppa dentro la quale nuotavano due funghi.
Oshun glieli mostrò dicendo che erano le sue orecchie che lei si era tagliate e messe a cuocere nella marmitta, aggiungendo che questo piatto faceva andare pazzo Shango. Ben presto arrivò Shango, si mangiò con molto gusto la zuppa con i funghi e si ritirò, come sempre galante e premuroso in compagnia di Oshun.
La settimana seguente, venne il turno di Oba di prendersi cura di Shango; così, avendo deciso di mettere in pratica la meravigliosa ricetta, si tagliò un orecchio e lo fece cuocere nel brodo destinato a suo marito. Questi non provò alcun piacere nel constatare che Oba si era tagliata un orecchio e trovò ripugnante il piatto che lei gli stava per servire. Oshun apparve in quel momento, si tolse il foulard mostrando che le sue orecchie non erano state tagliate ne tantomeno divorate da Shango.
Oshun si divertiva a prendersi gioco dì quella credulona di Oba che, furiosa, si precipitò sulla sua rivale. Ne seguì una battaglia in piena regola: Shango si infuriò e si mise a tuonare con forza.
Oba e Oshun spaventate fuggirono e si trasformarono in fiumi che portano il loro nome. Alla confluenza delle loro acque, i flutti sono molto agitati, in conseguenza, dicono, della loro rivalità causata dall’amore per Shango.
Si sa di una leggenda a proposito di Oba (qualche volta attribuita ad Oshun) basata su un gioco di parole dove si dice che: “il re di Owu che andava ad una spedizione di guerra, dovette attraversare il fiume Oba con la sua armata. Il fiume era in epoca di piena e le sue acque erano così tumultuose che non era possibile passare. Il re fece allora una promessa solenne, formulata in maniera maldestra.
Aveva dichiarato che. se Oba avesse consentito di abbassare il livello delle sue acque per lasciarlo passare con tutta la sua armata e se lui avesse riportato una vittoria in quella guerra, egli avrebbe offerto delle cose buone – nkan rere -.
Ora, egli aveva per moglie una figlia del re di Ibadan che portava il nome di “Nkan”. Le acque si abbassarono, il re di Owu attraversò il fiume e tornò vittorioso con un considerabile bottino. Arrivato sulla sponda del fiume Oba, lo trovò nuovamente in piena. Il re offrì tutte le buone cose – nkan rere – promesse: stoffe, conchiglie, buoi, schiavi, cibi, ma il fiume rifiutava tutte quelle cose.
Era “Nkan” la moglie del re che Oba esigeva. Il re di Owu fu costretto a passare da quel punto, così gettò la moglie “Nka” in acqua. Ma lei era incinta e partorì sul fondo del fiume; questo rigetto il neonato dicendo che solo “Nkan” era stata offerta e non il bambino. Le acque si abbassarono e il re, tristemente se ne ritornò nelle sue terre. Il re di Ibadan appresa la sorte capitata alla figlia, indignato dichiarò che non aveva dato sua figlia in sposa perché servisse da offerta ad un fiume e, così, fece la guerra a suo genero, lo vinse e lo scacciò dal suo paese”.

Oba nel Nuovo Mondo

Quando Oba appare in un “candomblé” Brasiliano, sul corpo di un suo iniziato, un turbante è annodato sulla sua testa per nascondere una delle orecchie, in ricordo della leggenda che abbiamo appena riportato. Se Oshun cade in transe nel medesimo momento, la tradizione vuole che le due divinità incarnate cerchino di combattersi ed è necessario intervenire per dividerle.
La danza di Oba è battagliera, lei reca in una mano una spada, e dall’altra uno scudo. Le si offrono capre, uccelli e volatili della Guinea.
A Oba è assimilata Santa Caterina, ma ci sono tante Sante Caterine e non si sa se si tratti di quella di Alessandria, Bologna, Genoca o di Siena.

Archetipo

L’archetipo di Oba è quello delle donne valorose e incomprese; le loro tendenze un po’ virili le fanno spesso volgersi ad un femminismo attivo.
Le loro attitudini militanti e aggressive sono una conseguenza di sfortunate ed amare esperienze sentimentali vissute. I loro insuccessi in amore sono spesso causati dalla loro morbosa gelosia, ma trovano spesso compensazione alle frustrazioni subite con il successo nella gestione dei loro beni materiali che non sono assolutamente disposte a perdere.

Fonte: orixaspierreverger.pdf

OṢÀLÚFỌN, IL SAGGIO 

Colui che esisteva già prima che il mondo fosse il mondo, prima che gli esseri l’abitassero. Colui che esisteva prima che i cammini si disegnassero tracciando destinazioni per l’umanità. Oṣàlúfọn è Orisa funfun, uno delle entità primordiali, il più vecchio del Pantheon Yoruba.

Vecchio Saggio, porta sulle spalle il peso del tempo. Accumulò esperienze, capì che la saggezza non sminuisce i sentimenti vitali. Imparò a non disdegnare Èṣù. Oṣàlúfọn insegna che l’etereo e il carnale devono essere equilibrati, completarsi, essere rispettati.

Oṣàlúfọn governa l’inizio e la fine di ogni ciclo. Lo vediamo nel colore bianco. Nel bianco della colomba, nel bianco del vestito, nel sentimento puro. Il bianco c’è, dove c’è Oṣàlúfọn: nella nascita dell’iniziato, nel commiato del rito funebre.

Con il suo bastone mitico, ọ̀pá ṣóró, unisce il cielo e la terra, uomini e dei, speranza e realtà. Purifica le anime, rende feconde le acque.

Oṣàlúfọn si trova nell’etica, nel buon senso, nella pazienza, nella tranquillità di chi conosce il cammino. Oṣàlúfọn governa il giorno, la chiarezza dei pensieri, la luce della saggezza.

E’ lento come la prudenza, deciso come la lumaca. Oṣàlúfọn si trova nella serenità dell’anziano, nella verità assoluta.

Oṣàlúfọn è il buon ascoltatore, il grande padre ponderato. Non si esalta, non si sorprende, non ha fretta; sa che il momento giusto arriva, quando deve arrivare.

L’ àlà, il suo manto bianco, è simbolo della sua purezza. Oṣàlúfọn è il nostro sentimento più limpido, è la sincerità delle intenzioni, è il desiderio di centrare. Eèpàà Bàbá! (Salutiamo il Padre!). Ẹ ṣe é o! (Grazie!). Grazie Padre della Bontà, per mostrarci il dono della saggezza!

Fonte: Serie “ORIXA – CASA DE OXUMARE”

NÀNÁ, LA MATRIARCA

 

Madre austera che conosce le sorprese della vita e i misteri della morte. Matriarca che non si illude, non teme il dolore, perché già ha vissuto per vincerlo. E’ la donna saggia che guarda le cose con la distanza degli anni. Sa l’inizio, conosce il finale.

Nàná governa i pantani di acqua salata e di acqua ferma. È’ la Signora del fango che dà origine alla vita e da forma alla morte.

Vecchia Signora, Nàná è uccello notturno che vola sulle cime degli alberi, imponendo rispetto ovunque vada, ovunque si posi.

Lei è la saggezza dolente di chi ha vissuto molto. E’ la certezza, di chi conosce la forza del tempo.

Dell’acqua fa il suo elemento. Dell’ ìbírí, il suo strumento. Utero, culla della vita. L’inizio della giornata, che la madre paziente, prepara per quelli che verranno. Alla fine del destino, lì c’è lei, Nàná, per nuovamente supportare, accogliere, preparare ad una nuova tappa.

Esiste da prima del ferro. Di lei non si fanno utensili. Nàná ha il suo proprio modo, ha le sue particolarità.

In Okuni, in Dassa Zumé, da migliaia di anni, inizia il suo culto. Ma la forza della matriarca prende altre terre. Prende forza con gli Yoruba. Prende figli, in Brasile.

In modo che la vita permanga, la Grande Madre deve sempre essere salutata:“Sàlúgbá!” (Vieni in nostro aiuto!) Nàná, la poderosa Madre Ancestrale!