ÒGÚN, L’ESPLORATORE

L’impeto, l’impulso realizzatore, il coraggio di intraprendere, l’esplosione della guerra. Qui c’è la presenza di Ògún!

Ògún è il fabbro: colui che costruisce le armi per la guerra e le usa nella contesa con abilità.Impetuoso, agisce con esplosioni. Non rimanda la guerra, non teme i nemici.

Esploratore, amplia gli orizzonti e non si accontenta. Inventa la tecnica della forgiatura, trasforma il minerale in ferro, fa la lega, fa la guerra, sviluppa la tecnologia.

Oltre alle armi, Ògún costruisce anche gli strumenti per l’agricoltura…La pala, la zappa, la falce, il rastrello… Gli strumenti agricoli gli appartengono. E’ con loro che l’agricoltura si realizza e si fa prosperare.

Inquieto, oltre a tutto questo Ògún va a caccia. Fu lui a insegnare a suo fratello Òsóòsì i segreti dell’arco e della freccia.

Ògún non si ferma. Ògún non si stanca. Lotta, pianta, caccia e ama. Ama molto e senza misura.

Ògún ci apre il cammino: il cammino dello sviluppo. Comprendere Ògún, è capire che per ottenere ciò che si vuole, bisogna lottare.

Salutiamo Ògún dicendo: Ògún yè! (“Ògún é vita!”). Salve all’impeto che ci da la vita! Salve all’esploratore che promuove il pionierismo! Salve Ògún! Pàtàkòrí! (“L’importante!”).

Fonte: Serie “ORIXA – CASA DE OXUMARE”

Pierre Verger: Ogun

Ogun in Africa

Ogun, come personaggio storico, sarebbe stato il figlio maggiore di Odudua il fondatore di “Ifè”. Era un guerriero temibile e sanguinario, sempre in lotta con i reami vicini. Riportava sempre da queste sue incursioni un ricco bottino e schiavi in gran numero. Egli fece la guerra contro la città di “Ara” e la distrusse; saccheggiò e devastò numerosi altri stati, si impadronò della città di “Irè”, uccise il re, installò suo figlio sul trono ritornandone vittorioso, fregiandosi lui stesso del titolo di “Oniirè”, re di “Irè”ma, per delle ragioni che ignoriamo, non ebbe mai il diritto di portare una corona, “adè”, fatta di piccole perle di vetro unite insieme e adornata di frange di perle che ricoprivano il volto, emblema della regalità presso gli yorùbá.
Egli fu autorizzato a portare un semplice copricapo chiamato “akòro”. E’ per questo che, nei suoi tradizionali “orikì” è salutato con i nomi di: “Ogun Oniirè e Ogun Alaakorò” dai discendenti degli yorùbá che attualmente vivono in Brasile e a Cuba.
Ogun sarebbe stato, tra tutti i figli di Odudua, il più energico e toccò a lui reggere il regname di “Ifè” quando Odudua divenne momentaneamente cieco.
Molti anni dopo avere posto suo figlio sul trono di “Irè” e dopo essere partito per andare a guerreggiare altrove, Ogun decise di ritornare a vederlo e visitare il luogo delle sue antiche imprese. Sfortunatamente, proprio il giorno del suo arrivo la gente stava celebrando, in città, una cerimonia nel corso della quale i partecipanti non potevano proferire parola per nessun pretesto.
Ogun aveva fame e sete, vide delle anfore che avevano contenuto del vino di palma, ma ignorava che fossero vuote. Nessuno lo aveva salutato, ne aveva risposto alle sue domnde. Egli non riconosceva più il luogo dopo così tanti anni di assenza, così Ogun, la cui pazienza è corta, s’infuriò, colpito dal silenzio generale che egli considerava una mancanza di rispetto.
Incominciò a spaccare le anfore con la spada e poi, nella foga, incominciò a tagliare la testa alla gente che gli stava più vicino, fintanto che apparve il figlio che gli offrì da mangiare le cose che a lui piacevano: cani e lumache, fagioli cotti nell’olio di palma e caraffe piene di vino di palma.
Mentre Ogun placava la sua fame e la sua sete, gli abitanti di “Irè” cantavano le sue lodi, fra le quali figuravano gli appellativi di “Ogunjajà”, che deriva dalla frase “Ogun je ajà” (Ogun mangia carne di cane) e che gli valse il nome di “Ogunjà”. Riposato e calmato, Ogun si dispiacque della sua violenza e dichiarò che aveva vissuto abbastanza, abbassò le braccia, diresse la punta della sua spada verso terra e vi sprofondò con un rumore terrificante. Prima di scomparire, pronunciò alcune parole; se queste sono pronunciate durante una battaglia, Ogun appare subitamente in aiuto di colui che le ha pronunciate, ma non possono essere dette in altre circostanze, perché se Ogun non trovasse di fronte a lui dei nemici, se la prenderebbe con l’imprudente che le ha pronunciate.
Come orishà, Ogun è il dio del ferro, dei fabbri e di tutti quelli che utilizzano quel metallo: agricoltori, cacciatori, guerrieri, macellai, barbieri, falegnami, carpentieri e scultori. Dall’inzio del secolo si sono aggiunti al suo gruppo di fedeli: meccanici, piloti di automobili o di locomotive, riparatori di biciclette e di macchine da cucire.
Ogun è uno, ma lo dicono in sette parti a “Irè”, “Ogun méjejè loode Irè”, frase che allude a sette villaggi, oggigiorno spariti, che sarebbero esistiti nei dintorni di Irè. Il numero sette gli viene associato ed è rappresentato, nei luoghi che gli sono consacrati, da strumenti di ferro del numero di sette, quattordici o ventuno infilati in un fusto di ferro: lancia, spada, (houe ?), pinza, coltello, punta di freccia, (herminette ? – forse coda di ermellino?), tutti simboli delle sue attività.
Un storia di “Ifà”, pubblicata in un nostro precedente lavoro, spiega “come il numero sette fu attribuito ad Ogun e il numero nove a “Oya-Yansan”. Quest’ultima era la compagna di Ogun prima di diventare la sposa di Shango. Lei aiutava il dio dei fabbri nel suo lavoro, portava docilmente i suoi attrezzi dalla casa alla fucina e là azionava il mantice per ravvivare il fuoco. Un giorno Ogun aveva offerto a Oya una barretta di ferro, simile a quella che possedeva lui stesso e che aveva la proprietà di dividere in sette parti gli uomini e in nove le donne che ne venivano colpiti durante una disputa.
A Shango piaceva molto andare a sedersi nella fucina e spesso posava gli occhi su Oya; costei, a sua volta, lo guardava furtivamente. Shango era molto elegante, troppo elegante racconta addirittura il narratore della storia, i suoi capelli erano intrecciati come quelli di una donna, portava delle collane, braccialetti e orecchini. La sua prestanza e potenza impressionavano Oya.
Successe quello che si può prevedere: un bel giorno lei scappò con lui.
Ogun si precipitò all’inseguimento dell’amente infedele e, avendo raggiunto i fuggitivi, si mise a combattere con lei. Tutti e due si affrontarono muniti delle loro barrette magiche e si picchiarono vicendevolmente. Fu così che Ogun si divise in sette parti e Oya in nove; in seguito a questo evento Ogun ricevette il nome di “Ogun Meje” e Oya quello di “Yansan”, di cui parleremo in un prossimo capitolo.
Ogun è rappresentato da delle frange di foglie di palma sfilacciate chiamate “mariwò”, che servivano, si dice, da vestiti agli “igba imolè”, i duecento dei della destra di cui parla Epega, quelli che, essendosi comportati male, furono distrutti da Olòdumarè eccetto Ogun che diventò il suo aiutante e guida, il conduttore degli “irun imolè”, i quattrocento dei della sinistra, i soli, secondo Epega, dei quali si può parlare senza pericolo.
Questi “mariwò” appesi sulle porte e le finestre di una casa o all’inizio delle strade, sono dei protettori, delle barriere contro le cattive influenze.
I luoghi consacrati a Ogun sono situati all’aperto, alla porta dei palazzi reali e nei mercati. Sono anche presenti all’entrata dei templi degli altri orishà. Generalmente sono delle rocce a forma di incudine, posti non lontano da un grande albero, “aràbà” (Ceiba pentandra) dove, circondati da una siepe di “pèrègun” (Dracena fragrans) o di “akòkò” (Newbouldia laevis). Periodicamente vi si fanno dei sacrifici di cani e galli, accompagnati da offerte di alimenti, fagioli e altri tuberi cotti e irrorati d’olio di palma.
Il culto di Ogun è largamente esteso in tutto l’insieme dei territori dove si parla lo yorùbá e in certi paesi vicini, come l’ex Dhomey e il Togo dove egli è chiamato Gùn. Ogun è, senza alcun dubbio, il dio più rispettato e onorato dagli yorùbá. Prenderlo come testimone durante una discussione, toccando con la punta della lingua la lama di un coltello o un oggetto di ferro è un segno di sincerità assoluta. Un giuramento fatto evocando il nome di Ogun è il più solenne e degno che possa essere fatto. E’ pari a quello che un cristiano farebbe sulla Bibbia o un musulmano sul Corano.
La vita amorosa di Ogun fu molto agitata. Egli fu il primo marito di Oya, la quale divenne, in seguito, la moglie di Shango; egli ebbe pure dei rapporti con Oshun, prima che lei vivesse con Oshossi e Shango; ebbe relazioni anche con Oba la terza moglie di Shango e “Elèfunlo suntorì” ( colei che dipinge la sua testa con polveri rosse e bianche), la moglie dell’ Orishà Oko.
Ebbe numerose avventure galanti quando andava in guerra e divenne anche padre di numerosi orishà, come Oshossi e Oraniyan.
L’importanza di Ogun è data dal fatto che egli è uno dei più antichi tra gli dei yorùbá ed anche perchè egli è rapportato a tutti i metalli e a coloro che li utilizzano. Senza la sua protezione e l sua benevolenza non sarebbero possibili lavori e attività utili e vantaggiose.
Egli è dunque sempre il primo e apre il cammino a tutti gli altri orishà.
Tuttavia, certi dei più vecchi di Ogun oppure originari di paesi vicini agli yorùbá, non accettavano di buon grado questa sua supremazia, il che provocò dei conflitti tra lui e “Nanan Buruku” o “Omolu” di cui parleremo in seguito.
Gli “oriki” o saluti tradizionali resi a Ogun evidenziano il suo carattere violento e terribile:
“ Ogun che ha dell’acqua nella sua casa, si lava con il sangue.
I piaceri di Ogun sono i combattimenti e la guerra.
Ogun mangia carne di cane e beve vino di palma.
Ogun violento guerriero. L’uomo folle dai muscoli d’acciaio.
Il terribile “ebora” che si morde da solo. Ogun che mangia vermi senza vomitare. Ogun che taglia qualcuno in pezzi più o meno grandi.
Ogun si copre con un cappello coperto di sangue.
Ogun, tu che sei la paura nella foresta e che fai paura al cacciatore.
Egli uccide il marito nel fuoco e la moglie sul focolare.
Egli uccide il ladro e il proprietaro della cosa rubata.
Egli uccide il proprietario della cosa rubata e colui che critica il suo gesto.
Egli uccide colui che vende un sacco fatto di rafia e colui che lo compra e colui che lo commercia.”
I guerrieri, pur tuttavia, anche i più valorosi, hanno dei momenti di debolezza.
Una leggenda africana racconta come Ogun, tornando da una guerra in compagnia di sua moglie, si lasciò spaventare dai gracidii delle ranocchie e, umiliato perché la moglie aveva raccontato questo fatto in pubblico, le tagliò la testa.
Questa stessa leggenda è stata pubblicata da Lydia Cabrera che l’aveva udita a Cuba.

Ogun nel Nuovo Mondo

In Brasile Ogun è conosciuto soprattutto come il dio dei guerrieri.
Ha perduto la sua posizione di protettore degli agricoltori, poichè gli schiavi non avevano degli interessi personali, nei secoli passati, a proposito dell’abbondanza e qualità dei raccolti e non cercavano, in questo campo, la sua protezione.
Questo parimenti spiega, di passaggio, i pochi casi di schiavi yorùbá trasportati in Brasile dediti all’”Orishà Oko”, il cui culto è rimasto popolare in Africa.
In quanto dio dei cacciatori, Ogun è stato sostituito in Brasile da Oshossi, portato a Bahia dalle genti del Ketu che furono i fondatori dei primi “candomblé” di quella città.
A Bahia si attribuiscono sette nomi a Ogun che sono molto simili a quelli che abbiamo visto in Africa. In questa lista ci sono delle varianti dateci dalle persono interrogate, ma quelle menzionate il più delle volte sembrano essere: “Ogun Onire, Ogun Alakoro, Ogun Alagbèdè, Ogunja, Ogun Mejè, Ogun Omini, Ogun Wari.”
Le persone consacrate a Ogun portano delle collane di perle di vetro blù scuro o verdi. Il martedì è il giorno della settimana a lui consacrato.
Così come in Africa, egli è rappresentato da sette strumenti di ferro infilati su una barra dello stesso metallo e da frange di palma sfilacciate chiamate “mariwo”. Il suo nome è sempre invocato al momento dei sacrifici per i diversi orishà, quando la gola dell’animale è tagliata con l’aiuto del coltello di cui lui è il padrone. Nei “terreiros de candomblé” egli è sempre il primo ad essere salutato dopo di Eshù. Quando si manifesta sul corpo in transe dei suoi iniziati, egli danza con fare marziale, agitando la sua spada e cercando un avversario da colpire. Lo si saluta gridando “Ogun yééé!” (Olà Ogun!).
E’ sempre Ogun che sfila in testa, “aprendo il cammino agli altri orishà” quando entrano, vestiti con gli indumenti tradizionali, nel “barracao” i giorni di festa.
A Bahia Ogun è stato assimilato a Sant’Antonio da Padova; abbiamo già detto del nostro stupore nel vedere un rapporto tra il dio della guerra degli yorùbá e un santo, rappresentato da immagini in cui porta dolcemente in braccio Gesù Bambino e come ci sembrava più appropriato il confronto con San Giorgio a Rio De Janeiro.
A Cuba Ogun è stato rapportato a San Giovanni Battista e a San Pietro.
Ad Haiti, “la famiglia degli Ogu” riunisce l’insieme degli “loas nagos” (gli orishà yorùbá) come segue: “Il padre e capo degli Ogu, Papa Ogu rapportato con San Giacomo Maggiore; Ogu di ferro, sincretizzato con San Filippo; Ogu Olisha (Oshala) sincretizzato con San Raimondo; Ogu Balindjo (che esiste in Africa a Dassa Zoumè) assimilato a San Giacomo il Minore o a San Giuseppe; Ogu Djamsan (Yansan) e Ossange (Ossanyin) fanno parte della stessa famiglia degli Ogu, ma non si sa a quli santi siano rapportati; Infine “Ogu Chango” (Shango) che, sotto l’influenza di Cuba è rapportato a Santa Barbara.

Archetipo

L’archetipo di Ogun è quello delle persone violente, attaccabrighe e impulsive che non perdonano le offese di cui sono state vittime.
Esse perseverano nelle loro imprese energicamente e non si scoraggiano facilmente. Nei momenti difficili esse trionfano la dove altri abbandonerebbero la lotta e perderebbero ogni speranza. Sono persone di umore variabile che passano da accessi di collera furiosa al più tranquillo dei comportamenti. Sono impetuose e fastose e spesso rischiano di ferire la gente a causa di una certa mancanza di discrezione allorquando vogliono rendere dei servizi, ma la franchezza e la sincerità delle loro intenzioni rende difficile agli altri portare loro rancore.

Fonte: orixaspierreverger.pdf

Ogum

Un articolo sulle varie qualità di Ogum e delle sue caratteristiche principali.

A TRADICIONAL RELIGIÃO AFRICANA: OGUM/GU/ROXEMUKUMBE – PARTE VI – QUALIDADES OGUM YORUBÁ:

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