Orisha senza sangue

Qualche anno fa il mio appello a cercare di conoscere e unire tutte le persone che amano il culto degli Orisha e che potevano avere la stessa esigenza di riunirsi per poter celebrare un culto senza sangue animale.

https://wp.me/p5Vjsd-2r

Questo mia richiesta è anche testimoniata da questo articolo che scrive l’università di Genova a tal proposito.

https://www.openstarts.units.it/bitstream/10077/19917/3/VLA_18_2018_S_Faldini.pdf

Adesso a distanza di anni, mi trovo a condividere alcune recenti scoperte che vanno a fondare questa intuizione al di là di quello che potrebbe essere un semplicistico animalismo.

Innanzitutto un libro, che vi invito a leggere, specie per coloro che hanno bisogno di documentare scelte così trasformative.

Il libro
https://www.martinsfontespaulista.com.br/candomble-sem-sangue-603355.aspx/p

Poi il personaggio, mae Solange D’oxossi.
51 anni di iniziazione, ortodossa seguace del culto Candomblé Angola. Fitoterapeuta, counselor, appassionata ed energetica ricercatrice nell’ambito del potere delle ‘Foglie’.

Ora a quasi 70 anni coraggiosa pioniera che con amorevole determinazione, mette in discussione tutte le sue abitudini e tradizioni e, senza rinunciarci, capisce il momento storico che sta attraversando e quindi è pronta a cercare e ricercare ancora una volta per poter andare oltre, e traghettare il culto ancestrale all’interno di quello che è il momento planetario di oggi.

Ecco qualcosa su di lei, all’interno del culto di Yesan, culto al quale Solange ha deciso di aderire perché diventa il fondamento dell’abolizione del sangue animale. In questo culto, cubano, ma di origini bantù lei ricopre il ruolo e il nome iniziatico di Dobana Boressa.

Stiamo parlando di cose concrete. Non c’è più solo un pensiero” mi dice mae Solange. Lei si è già adoperata per creare la prima yawo senza sangue.

Il maestro: a fondamento di tutto questo, ancora una volta , Cuba con la sua cultura ci viene incontro e questo culto che è ben raccontato nel blog della Buonocuore.
http://oriluz.blogspot.com/2019/05/religiao-e-diaspora-culto-yezan-e.html?m=1

Ma vi riporto anche in estratto della conferenza in Brasile dell’anno scorso, che fece Alawowo, il maestro sommo sacerdote di Yesan, che Mae Solange identifica come fondamento dell’abolizione del sangue.

Culto di yesan

Le mie impressioni a caldo, sono molto contento di questi sviluppi. Credo che coloro che ancora hanno bisogno di dividere e non unire, in nome di una credenza o spiritualità, non accetteranno facilmente tutto questo.

Aspetto nel frattempo, continuo le mie ricerche e riflessioni.

Ashè Wà.

Ifadunnì

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Okó: come faccio accadere le Cose?

Okó è l’archetipo/divinità dell’ agricoltura.

Egli risponde alla misteriosa domanda

” Ma come si fa a creare qualcosa dal nulla? “

Poco riconosciuto nel Candomblé brasiliano, ma fondamentale in tutte quelle regioni dove il rapporto con la terra e l’alimentazione sono alla base delle priorità quotidiane.
Africa e Cuba lo riconoscono come uno dei più potenti ed importanti Orisha.
Ha un doppio aspetto, un aspetto sommerso e un aspetto emerso.

L ‘aspetto sommerso è quello che lavora con la profondità della terra, fino alla terra umida, sede dell’energia dell’ Orisha Nanà Buruku.

L’aspetto emerso invece è quello che lavora con il cielo. Va in contatto con un Olodummare e Obatallà.

Dicono essere figlio di Obatallà e Yemanja. Proprio per questo avendo come papà e mamma due Orisha così assoluti , ha avuto una missione da parte di Olodummare, di trovare il segreto del seme e della semente.

Riesce a lavorare dal basso verso l’alto e dall’alto verso il basso.
Ha bisogno per poter essere efficace, poter compiere appieno la sua missione, della forza di Ogun.
Difatti comune è Ogun che ha aiutato a forgiare gli strumenti perché poi l’agricoltore o meglio l’archetipo dell’agricoltore possa essere efficace .

Okó rappresenta, sul piano materiale , sicuramente il grande mistero della semente. Egli e’ La grande domanda che potrebbe essere riassunta in quel proverbio popolare che ci chiede: se viene prima l’uovo o la gallina.
Difatti come fece Okó a trovare la semente per fare crescere alberi e cereali se non aveva vegetazione prima?
Questa era la domanda con la quale, nella leggenda, okó si aggirava, per l’ ayé, la terra, cercando una soluzione.

L’unica risposta che trova è che per Olodummare niente è impossibile, quindi possiamo anche trovare sementi senza alberi.

Per questo vi allego il link alla pagina YouTube.

Su di un piano più sottile, l’energia di Okó ci aiuta a lavorare sulla nostra semente interna e sulla capacità di germinare, di seminare e raccogliere i nostri frutti.

Prima il seme delle nostro idee, poi devo trovare difatti un terreno interiore fertile, per poter piantare.

Abbiamo bisogno dell’energia penetrativa di Ogun, di un aratro interiore, perché il seme deve arrivare fino alla terra “molle”, cioè alla parte più intima e contemporaneamente fertile della nostra essenza.

Ma cosa sono questi simboli?
Okó racconta in realtà come avviene il potere della creazione interiore.
Nello slancio fiducioso, riceviamo dall’universo (Olodummare) dei semi: idee, progetti, propositi, intuizioni, premonizioni, intenzioni, benedizioni, sogni. Apparentemente potrebbero anche essere davvero impossibili da realizzare. ( Piantare alberi senza avere i semi) ma nello slancio di fiducia totale niente è impossibile.

Attraverso la forza di Ogun possiamo scavare e introdurre queste percezioni fino alla nostra parte più vulnerabile dove le emozioni profonde (l’acqua di Nanà) si mischiano al seme e l’avvolgono per custodirlo.
Dopodiché sarà la pioggia di Oshumare e il sole di Olorun che ci penseranno, nel totale abbandono e fiducia.
È come se nostro è solo il momento dell’impianto, una volta ” scaricata l’idea” dobbiamo solo “zapparci” dentro e piantarla. Subito dopo affidarci alle forze più grandi, perché il seme cresca. Sempre serbando in grembo il seme del nostro progetto, che non può essere dimenticato.

In questo passaggio misterioso, di come poi l’idea diventi progetto e poi realizzazione, okó si mostra come il grande potere da venerare, per ricordare il suo nome e la sua capacità. Di fronte al mistero della creazione Okó è la guida.

Noi qui nel centro di sperimentazione e risveglio ispirato al culto degli Orisha onoriamo Okó con due cerimonie all’anno. Una nel momento della semina ( marzo/aprile e uno nel momento della raccolta. Ottobre-novembre). Siete tutti invitati.

Ashe oooo.

Ifadunni”””””

Essere “dentro” e essere “fuori” è quello che la condotta dello Ìyàwó ci chiede.

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La mia infanzia è stata segnata da un rituale che spesso ritenevo noioso, ma che, per la sua obbligatorietà, facevo senza lamentarmi: chiedere la benedizione a tutti i parenti più anziani quando arrivavo in un posto. Ero stanca di tornare da scuola o da qualsiasi luogo e mettermi raccolta davanti a casa della nonna tra una cerchia di persone che andavano dalla mia bisnonna alla sorella minore di mia madre (mia zia), e dal più vecchio al più giovane tra cui anche alcune prozie. Chiedevamo la benedizione ad uno ad uno e poi entravamo a mangiare.

So che, pur essendo giovane, le cose accadono oggi in un modo un po’ diverso. Nel corso del tempo i comportamenti cambiano a seconda delle esigenze, degli stili di vita, ecc… Le famiglie sono “più piccole”, i parenti vivono spesso lontani e il legame diventa diverso: si sta formando la famosa famiglia nucleare.

Chi è abituato a vivere in questa seconda forma, quando inizia a frequentare una casa di Candomblé presto nota la differenza, perché dovrà iniziare a fare quello che facevo io a 7 anni e questa volta in maniera più ordinata e dovendo avere l’educazione che molte volte non si esige data la spontaneità dei bambini: abbracciare, chiedere se va tutto bene, parlare di cose piacevoli. Questo con 10, 20, 30 persone a seconda del giorno e del tipo di funzione … sì, può essere molto faticoso, ma non ci si può lamentare.

Con l’iniziazione e passando per tutti i procedimenti rituali si comprende molto enfaticamente che siamo parte di una famiglia: quelle 10, 20, 30 persone sono la nostra famiglia, scegliamo e accettiamo il collegamento, accettiamo l’eternità di questo legame. Alcuni allora dicono:”Ma il legame eterno è con l’Orisha” sì, è implicito ed è esattamente perché il legame eterno è con l’ Orisha in esso sono “sottintese” tutte le persone che erano legate al luogo e alla famiglia in cui siete stati iniziati, amati Omorixá.

Un’energia non nasce dal nulla, tu sei nato in una casa di Axé, in una famiglia di Axé, e furono necessarie mani perché tutto accadesse, e tutto questo sarà contenuto nella tua storia con il tuo Orisha.

Proprio come l’Orisha sa da dove proviene quel sacrificio che sta ricevendo, lui sa anche chi ha preso parte al grande momento della consacrazione di suo figlio/figlia a lui. Stiamo parlando di energia che si materializza, ed è presente ovunque. Cerchiamo di non essere così ingenui da pensare gli Orisha così limitati come siamo noi…

Per via dell’appartenenza, dell’educazione, della famiglia di cui facciamo parte, ci viene richiesta una certa attitudine, rispetto, buon comportamento.

Da oggi in poi rappresento me, il cammino di Ori, il mio Orisha, rappresento la mia discendenza. Qualcuno può considerare questo come un peso oppure ci si rende conto di quanto questo può portare benefici nella vita in ambiti al di fuori del contesto religioso.

Ad alcune persone piace separare le due cose: “nel barracao mi devo comportare in tal modo, fuori di esso, si salvi chi può”. Questo mi confonde.

Ci rendiamo conto che davvero abbiamo interiorizzato un’esperienza di apprendimento quando la usiamo dove non avremmo mai immaginato.

Per esempio: mi piace criticare. A volte le critiche possono essere bene accolte in determinate situazioni, ma prima di sparlare posso pensare a ciò che mi sta dando: “questo mi fa bene? Migliorerà l’ambiente in qualche modo o creerà solo altre tensioni? Questo è davvero di mia competenza?” Quando il sangue riscalda gli “occhi” (si legga il giudizio) di solito ci accieca, ma ci sono sempre quei 5 secondi per poter ponderare le cose.

In Yoruba le parole casa, terra e pianeta Terra provengono da parole incredibilmente simili: Ilé, Ilè (con un punto sotto la e) e Ilé Ayé. Si noti che è solamente il suono delle vocali che cambia il significato tra loro. Mentre le parole portoghesi suonano così diverse, in Yoruba è tutto molto simile. Questo non è una coincidenza. Se è tutto così simile è perché la nostra condotta dovrebbe essere simile nei diversi ambienti.

Che cosa vogliamo di buono per la nostra casa, per la terra che calpestiamo, per il pianeta che abitiamo? Credo che non vogliamo cose tanto differenti per ognuno: vogliamo un minimo di armonia, che il dolore non esista, che la fertilità sia presente…e quindi, che cosa significa essere Ìyàwó?

Io risponderei: vivere questi tre “mondi”, come l’unico mondo che in realtà è.

Non siamo Ìyàwós nel barracao, siamo Ìyàwós nel mondo.

Egbon Dayane Oyakol

 

Ofó – il Potere della Parola

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Ofó  è una parola di origine Yoruba (ofò), che definisce l’incantamento attraverso la parola, e può essere espresso in versi o cantighe. Si tratta di un dono che nasce con noi, ma è amplificato nell’iniziazione da una serie di atti realizzati in segreto e questo potere aumenta anche in base al proprio impegno e rispetto per l’Orisha.

Utilizza l’ofò per augurare grazia al prossimo, per chiedere la salute e intercedere in un momento di grande difficoltà, non gettare questo dono divino al vento in bugie o per sciocchezze di tutti i giorni.

L’ Axé è qualcosa di prezioso e deve essere usato con cautela, o nell’invocare lo spirituale per risolvere bugie e sciocchezze verrà un tempo che sarai screditato e le tue parole non avranno alcun valore ne per gli uomini e ne per gli dei.

Gli Ofós sono anche le preghiere per Òsányìn con l’intenzione di richiamare l’asè contenuto nelle foglie e questo rituale può  essere cantato in diversi momenti del culto degli Orisha.

Questo rituale ha una sequenza, e ogni foglia ha il suo Ofó cantato e relazionato all’Orisha corrispondente.

A volte, non tutte le foglie cantate sono presenti nel momento del rituale, ma il fatto di pregarle rende le loro sostitute ugualmente efficaci. L’ uso magico delle foglie nella religione yoruba è sempre accompagnato da espressioni di incanto che risvegliano l’ase delle foglie utilizzate. La parola parlata che si crede in possesso di forza magica o in grado di produrre effetti magici; questi incantamenti sono chiamati ofó.

L’ Ofó è un aspetto orale della magia africana.

Gli Ofó vengono utilizzati in sfere, quasi uno per ogni buona attività, uno per la protezione contro le forze del male o anche per raggiungere il successo, sulla base di criteri funzionali.

OFÓ – Forza della Parola:

Oríkì (Yoruba, orí = testa, kì = saluto) sono versi, frasi o poesie che si formano per salutare l’ Orisha.

Se con un oríkì non si consegue l’effetto desiderato, a volte è necessario aumentare il livello di Àse chiamando l’Orisha con un nome di lode. I nomi di Lode, Elogio,  sono chiamati asé ofó in Yoruba, che significa “parole di potere”.

Ricerca: Babá Diego D’Odé e Axé Odára.

Il vero custode deve avere Ofó, deve masticare ataré e obí, deve avere il dono dell’invocazione del bene per il bene, mai per il male, deve chiamare nell’anima il buon ebó, deve avere l’alito divino della conoscenza e applicarlo, l’intuizione è la base della sua eredità, dei suoi ancestri e delle sue divinità.

Bàbá Fernando D’Osogiyan

Fonte: ofo-o-poder-da-palavra

 

Owe – Proverbi Yorùbá e il Concetto di Verità | Candomblé

Owe è la parola yoruba che significa proverbio. Nella disciplina teologica, un proverbio è definito come un breve detto che esprime una verità religiosa o culturale. Tutte le culture fanno uso di proverbi per trasmettere i valori sociali. Come introduzione alla comprensione degli Orisha (spiriti guida e le forze della natura), il proverbio Yoruba fornisce una base in Ifá per captare la visione del rapporto tra il sé e il mondo.

Molti dei proverbi che sono di uso comune nella cultura yoruba si basano sulle Scritture di Ifá. Questa scrittura è un lungo poema composto da 256 sezioni orali, o libri, chiamati Odù. Ogni Odù ha un numero di versi chiamati ẹsẹ.
Nell’ Odu chiamato Òsa’túrá, gli studiosi di Òrúnmìlá chiederanno al profeta  la natura della Verità. La parola yoruba per  Verità è Oniwaben fúnfún, che significa “colui che ha un buon carattere è guidato dalla luce.”

Nell’ Odù Òsa’túrá, Òrúnmìlá dice che la Verità è il capo del regno invisibile che guida il destino della Terra. Egli continua dicendo che la Verità è una parola che non potrà mai perire, è la Fonte di Potere che supera ogni avversità. Coloro che conoscono la verità possono incontrare la Volontà della Creazione. Ciò implica che la Verità è una forma di sapere, piuttosto che una rigida serie di credenze. Luce intesa anche come una Forza della Natura (Òrìşà), che porta alla sua propria forma di coscienza e che può avere un impatto diretto sul corso dell’evoluzione. Questi sono due temi centrali nelle Scritture di Ifá e sono fondamentali per la comprensione della natura e della funzione degli  Òrìşà a partire dalla prospettiva della teologia di Ifá.

All’interno della struttura del rituale di Ifá, l’Odù è usato per invocare Èşù, che è sia il Messaggero Divino sia  il Guardiano della Verità. Questo duplice ruolo ha provocato una certa confusione tra coloro che hanno scritto circa la posizione di Èşù nella cosmologia di Ifá. La confusione sembra essere basata su un fraintendimento del ruolo di Èşù nel causare disturbi. Una delle funzioni del disordine naturale nelle questioni di tutti i giorni è quello di scuotere la coscienza per liberare la propria auto-indulgenza e il pensiero rigido. Siccome la Terra è in costante trasformazione, tutte le percezioni del rapporto tra il sé e il mondo sono in un costante stato di flusso. Coloro che negano o ignorano la natura dinamica di questo rapporto sono regolarmente gettati in uno stato di confusione, come risultato di alcuni cambiamenti inaspettati. In termini semplici, la percezione umana della verità è una dimensione costante di cambiamento e una delle funzioni di Èşù è quello di ricordarci che la ricerca umana della verità non dovrebbe mai ristagnare.

Dire che Èşù è il guardiano della verità è il suggerire che la verità non può mai diventare un insieme fisso di regole o dogmi. La Verità è un modo per guardare se stessi e il mondo, è uno stato dell’essere, piuttosto che un atto di conoscenza. Questo è un concetto sfuggente per alcuni occidentali, perché siamo stati condizionati dall’idea che la verità è stabilita da fatti oggettivi. L’idea che la verità può essere scoperta solo se periodicamente scossi dalle nostre nozioni preconcette è preoccupante per coloro che vogliono che la religione di Ifá abbia tutte le risposte giuste su qualsiasi cosa.

Quando i primi missionari cristiani tradussero la Bibbia in yorùbá la parola Èşù era utilizzata per rappresentare il Diavolo. Senza dubbio, questo è stato un deliberato tentativo di abbassare la credenza religiosa della tradizione di Ifá. L’effetto di questa calunnia è ancora evidente negli Stati Uniti, dove Èşù è spesso associato con l’idea di provocare danni attraverso l’uso della magia e della stregoneria. Uno sguardo più da vicino al proverbio yorùbá, il suo folklore e la storia sacra ci suggeriscono che i danni causati da Èşù sono il risultato del rifiuto di una persona di vivere in armonia con la verità che si riflette nelle leggi della natura.

I proverbi di questo capitolo sono un piccolo esempio di una cultura che è ricca di uso poetico del linguaggio. Molti di questi esempi usano analogie e immagini della natura che non sono comunemente utilizzati nel linguaggio colloquiale. Questo porta a una situazione in cui il significato originale del proverbio non può essere chiaro senza riferimento alle credenze spirituali e sociali di Ifá. Come in tutti i proverbi, non esiste un’unica interpretazione definitiva del suo significato. I proverbi che puntano alla verità sono sempre aperti a reinterpretazioni. E’la propria capacità di sbarazzarsi dai preconcetti, che ci da la forza di una rivelazione.

Proverbi e principi spirituali:

Diẹ diẹ o ékú njóórí.

A poco a poco si mangia la testa del topo.

Commento:

La prima riga della prima strofa. Mangiare la testa del topo è uno dei misteri dell’iniziazione agli Orisha ed è parte integrante del dramma simbolico che si verifica durante i rituali di transizione.

Per me, ci sono due interpretazioni di questo proverbio e in entrambi andiamo al cuore della saggezza di Ifá come io la intendo.

L’uso più comune di questa frase è una risposta a una serie di domande.

Quando per la prima volta ho cominciato a studiare Ifá i miei anziani dissero:

Che cosa sei disposto a fare con l’esperienza della trasformazione spirituale?

La risposta corretta è:

Sono disposto a mangiare la testa del topo.

Questo sarebbe seguito dalla domanda:

Come pure, mangiare la testa del topo?

La risposta sperata è:

A poco a poco si mangia la testa del topo.

Dal punto di vista occidentale, questo dialogo ha una connotazione chiara e molto diversa della reazione nella cultura yorùbá. Per quelli di noi che sono stati cresciuti in un ambiente urbano, l’idea di mangiare un topo è molto disgustosa. Tuttavia, nelle giungle della Nigeria, vi è un’ampia varietà di roditori, di dimensioni variabili da pochi centimetri, di forma e aspetto di un piccolo maialino.

Questi roditori sono inclusi nella dieta normale Yorùbá e sono considerati un aggiunta desiderabile per ogni pasto.

Devo ammettere che ero scettico la prima volta che mi è stata servita un zuppa di roditore, ma una volta che ho raccolto il coraggio di dare il primo morso, non ho avuto poi difficoltà con il sapore.

L’esperienza ha davvero cambiato la mia comprensione del proverbio “mangiare topi”.

In un primo momento, ho pensato che la frase mangiare la testa del topo significa che gli iniziati, i novizi sono disposti a fare qualsiasi cosa, non importa quanto sgradevole sia pur di conseguire una trasformazione spirituale.

Nella mia esperienza, questa è una interpretazione comune se utilizzata nella preghiera per l’ Orisha qui in Occidente.

Ma in Africa non c’è nulla di offensivo nel mangiare roditori, e sono stato costretto così a riconsiderare la mia interpretazione del proverbio.

In termini pratici, la testa del topo è molto difficile da mangiare a causa delle ossa fragili che tagliano la bocca se non si rimuove con cura la carne.

Con questa osservazione mi è venuto il sospetto che a poco a poco si mangia la testa del topo ha un’interpretazione molto più letterale.

Ifá si basa sulla convinzione che la trasformazione spirituale avviene lentamente, un passo alla volta in una sequenza regolare porta ad un risultato desiderato.

Se si mangia la testa del topo, si deve fare  molto lentamente e con attenzione, togliere la carne, un po ‘alla volta.

Spesso, si perde questo insegnamento circa la verità. Abbiamo la vana speranza che l’Orisha risolvere tutti i nostri problemi attraverso un processo magico che non richiede nessuno sforzo da parte nostra.

L’ Odù Òsa’túrá (Òsá Òtúrá) dice che quando il profeta Òrúnmìlá definisce la natura della Verità, dice che coloro che dicono la verità saranno guidati dall’ Orisha.

Dire la verità nella cultura yorùbá è anche vivere e agire Veramente.

La verità per gli  Orisha non è qualcosa che una persona fa, è sempre un processo che ci coinvolge. Come stringere la mano con forza e emanare energia, sappiate:

Siamo venuti dal regno spirituale.

La conoscenza senza l’azione è una verità vuota.

Di: Áwo Falokun Fatunmbi.

Traduzione: Odé Ợlaigbò

fonte: ocandomble.com

ỌMỌLU, IL MISTERIOSO

Coperto di paglia, Ọmọlu rimane sempre nel mistero.
La bellezza dei suoi lineamenti, la grandezza dei suoi gesti è rivelata solo a pochi.

Ọmọlu e Ọbalúwáiyé sono cultuati in Brasile come energie di uno stesso Òrìṣà.
Il primo più vecchio e il secondo più giovane.
Ọbalúwáiyé lottò contro Àrùn (la malattia). E ‘stato il primo ad affrontarla. Conosce il suo volto. Per questo può sconfiggerla.
Ọbalúwáiyé è il guerriero della salute.
Così, maturò come Ọmọlu diventando saggio e conoscitore delle cure.

Signore dell’interno della terra, accoglie i morti tra le sue braccia, dando al corpo un luogo di riposo, al termine del cammino della vita.
Ọmọlu è tranquillo, avveduto. Prudente, sa che è possibile vedere senza dire e ascoltare senza parlare. Ma quando parla, fa tremare la terra.

Il ritmo liturgico che lo accoglie, l’ọpanijẹ, traduce la personalità enigmatica di questo Òrìṣà. Accompagnando il battito ritmico dei tamburi, Ọmọlu va per il mondo, attraversando continenti di dolore, distribuendo in regalo la salute a chi fa per meritarsela.

Porta nella pelle il marchio di tutti i disagi. Dura e persiste, muore e rinasce superando la malattia del rifiuto, la povertà della solitudine, l’ingratitudine del male.
Olóore (Signore della Bontà) non si stanca mai di fare il bene.
Ọmọlu è quindi un grande medico, che guarisce le malattie del corpo e guarisce le ferite dell’anima.

Originario della regione di Empe in territorio Tapá dell’antico Dahomey,
Ọmọlu è venerato in Candomblé in una grande festa di comunione: l’ Olúbájẹ (Il banchetto del Re). In questa cerimonia, tutti mangiano insieme, pregano insieme, per costruire insieme un mondo migliore, con le benedizioni del Signore della Terra.

Camminiamo con i piedi scalzi sul suolo e sentiamo la forza di tutte le possibilità che la terra ha: il supporto, la base, la vita, la culla della morte.
Camminiamo con i piedi scalzi sul suolo e sentiamo la forza di Ọbalúwáiyé. Atótóo!
Silenzio in rispetto a Lui!).

Fonte: Serie “ORIXA – CASA DE OXUMARE”