OMÒ ORISHA

Mi è stato detto che era una scelta dalla quale non si poteva più tornare indietro, mi è stato chiesto se ero sicuro, ed io, senza capire, ho detto sì.
Intendiamoci, non voglio dire che la mia sia stata una decisione affrettata, al contrario, è stata frutto di un percorso durato diversi anni.

Un percorso emotivo prima ancora che spirituale affrontato con calma, in compagnia di chi ho sempre amato e di nuovi amici che ancora oggi mi accompagnano e, tra questi, una persona che sarebbe poi diventata una figura nuova nella mia vita.
Una persona che ha saputo creare nella mia mente, e nella mia anima, quella porta che mi ha dato accesso ad un mondo nuovo, al quale io, senza capire, ho detto sì. Questa persona, nella tradizione del Candomblè, viene chiamata Pai di Santo, o Babalorisha.

E’ passato un anno e mezzo dal mio “sì”.
E’ passato un anno e mezzo dalla mia iniziazione, e solo adesso inizio a rendermi conto di quanto sia profondo il cambiamento avvenuto nella mia vita, solo adesso inizio a capire. Inizio a capire che non puoi più tornare indietro.
Quando ti risvegli, quando ti ricordi di te e del mondo che ti circonda, quando finalmente riapri gli occhi dopo aver dormito per una vita intera, a quel punto non puoi più tornare indietro.

Essere uno iyawò a volte è semplice, così come molto spesso risulti essere complicato. Fin dai primi giorni nel Ronkò impari ad affidarti, ad affidarti alla tua nuova famiglia, ad affidarti alle entità, e impari a mettere da parte il tuo Ego per riuscire a modellare al meglio la realtà in cui vivere.
Capire queste cose è la parte semplice, metterle in pratica quella complicata. Capire che il mondo non è fatto di materia ma di energia, rendersi conto del fluire di queste energie e aver scelto di mettersi al loro servizio può sembrare un lavoro arduo, ma è più arduo lavorare su se stessi. La parte complicata della vita di uno iyawò, per quanto mi riguarda, è nello sforzo di risuonare alle frequenze più alte della propria energia, energia che da iniziato chiamo Orishà.

Questo lavoro non lo faccio certamente da solo, non potrei.
Le energie a cui ci si espone sono infinite e di infinite proporzioni e la conoscenza a cui attingere altrettanto, è quindi un’esperienza che va vissuta all’interno di una comunità, che per me è una famiglia.
Una famiglia che naturalmente si ritrova nella propria casa, Ilè Ashè o Terreiro che dir si voglia, in occasione delle cerimonie oppure per prendersi cura della casa stessa oppure, più semplicemente, per stare insieme.

La famiglia, come ogni altro gruppo, genera chiaramente un campo che, man mano che il tempo passa, si fa più intenso ed equilibrato e si impara a percepirne le variazioni, e, attraverso questo scambio energetico, si entra in contatto ad un livello più sottile con le energie che lo compongono e di riflesso con le persone che fanno parte della famiglia.

Questo è un aspetto del culto per me fondamentale. Senza famiglia, senza casa, mancherebbe uno strumento indispensabile alla crescita spirituale, senza contare che, oggi come oggi, non potrei immaginarmi senza le mie sorelle.

Da quando mi chiamo Ichiwajù ho una nuova famiglia, vivo in un mondo dove la parola più pronunciata è “Meraviglia”, un mondo dove tutto ha più senso e niente accade per caso, un mondo dove le parole hanno un significato e le intenzioni prendono forma.

Mi è stato detto che era una scelta dalla quale non si poteva più tornare indietro, mi è stato chiesto se ero sicuro, ed io, senza capire, ho detto sì.

Ichiwajù omò Obatallà          

≈≈≈

La Casa è il luogo dove risiede l’Amore,
dove viene creata la Meraviglia,
dove arrivano gli Amici
e la Famiglia è per sempre.

(Ma l’essenziale è invisibile agli occhi, come diceva il Piccolo Principe)

Ben Omò Oba

≈≈≈

A Vigevano trovo la possibilità di realizzarmi, a Vigevano trovo la consapevolezza di essere interconnessa ad anime che, come la mia, anelano alla pace, alla purezza, alla bellezza, alla generosità, alla comunione col corpo e con la mente, con la natura, col mondo visibile e invisibile.

A Vigevano lavoriamo su di noi..la domanda che sempre ci facciamo è ” …questo che mi sta capitando, su che cosa mi fa lavorare? cosa di me, deve arrivare alla mia consapevolezza? Cosa devo integrare nella mia coscienza?”

A Vigevano non ci poniamo la domanda è vero o è falso, è giusto o è sbagliato, è buono o cattivo,a Vigevano accettiamo l’esperienza senza giudicarla, ma la guardiamo e ne cerchiamo l’insegnamento per l’evoluzione verso l”‘ottava” più alta, a Vigevano esplicitiamo, chiediamo, sapendo che “la risposta” è già dentro di noi, ci confrontiamo, a Vigevano ci impegniamo a ricordarci che questa realtà che viviamo è una forma tra tante nell’universo, ed è una forma di cui ci assumiamo la responsabilità.

A Vigevano lavoriamo, puliamo gli spazi comuni, tagliamo l’erba, piantiamo alberi, raccogliamo i frutti, costruiamo ciò di cui abbiamo bisogno, ricicliamo. A Vigevano mangiamo insieme, a Vigevano ognuno fa qualcosa, siamo tutti ospiti e ospitanti, a Vigevano accogliamo tutte le persone che oltrepassano il cancello d’entrata sapendo che se sono lì porteranno qualcosa di prezioso.

A Vigevano prepariamo piatti di offerte, cantiamo in lingua Yoruba, quando la stagione lo consente camminiamo scalzi, ci laviamo all’aperto, danziamo in cerchio vestiti di bianco, preghiamo inginocchiandoci e appoggiamo la testa la suolo per salutare e per dimostrare rispetto e gratitudine.

A Vigevano ho trovato la strada che cercavo.

Barbara Omò Yewa

Annunci