ṢÀNGÓ, IL SIGNORE DELLA GIUSTIZIA

 

La giustizia è un dono divino. Resisti quanto vuoi, insisti quanto puoi, illudi con ragioni e motivazioni, ma sempre la giustizia di Ṣàngó si imporrà, perchè lui non fallisce mai.

Nessuno detiene il fuoco della verità, nessuno inganna la Giustizia che vive dentro le nostre coscienze.

Ṣàngó è in ciò che è giusto. E’ il re che sputa fuoco dalla bocca quando vede l’ingratitudine. Non tollera le ingiurie, non accetta la calunnia.

Lotta con il suo oṣé, l’ascia a doppio taglio. Instancabile, incorruttibile, Ṣàngó dimostra che la giustizia non può essere tendenziosa. Ṣàngó non riposa, fino a quando l’errore non viene riparato.

Ruotando il ṣẹrẹ, chiedendo giustizia. Ṣàngó risponderà parlando con la forza dei tuoni. E’ presente, sempre a lato di chi ha bisogno di lui.

Ṣàngó è il calore del fuoco, la magia della fiamma che brucia e consuma il male. Egli è il vigore, l’ansia di vivere, è la roccia incrollabile che impone la grandezza del suo potere.

Ṣàngó è intenso, vibrante. Ṣàngó si trova nell’eloquenza, nell’esaltazione del dibattito, nell’impero delle opinioni.

Ingordo, Ṣàngó ama saziarsi con la bocca. Apprezza ciò che è abbondante, vuole il piatto caldo; come calda è la sua personalità.

Ṣàngó gode della vita, dell’amare e dell’essere amato. Re di Ọyọ, crea la dinastia degli Aláàfin.

Ṣàngó è vivo fino ad oggi. Ṣàngó vive sempre nella realizzazione della giustizia.

Káwò ó kábiyèsí lé!  (Permettici di guardare la tua Maestosità!) Permettici, Ṣàngó, di intendere il fuoco della Giustizia!

Fonte: Serie “ORIXA – CASA DE OXUMARE”

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Pierre Verger: SHANGO

Sango in Africa

Shango (Sàngò), come tutti gli altri orishà, può essere descritto sotto due aspetti, storico e divino. Come personaggio storico egli sarebbe stato il terzo “Alaafin Oyò”, re di “Oyò”, figlio di “Oraniyan e di “Torosi”, una figlia di “Elèmpe”, re di “Tapa”, il quale aveva formato un’ alleanza con Oraniyan. Shango crebbe nel paese di sua madre e, in seguito, andò a stabilirsi a “Kòso”, dove la gente non lo voleva a causa del suo carattere violento e prepotente, ma lui si impose loro con la forza. In seguito andò, con tutta la sua gente, a “Oyo” dove costruì un quartiere chiamato “Kosò”.
Egli conservò, così, il suo titolo di “Oba Kòso” che fece poi parte del suo “oriki” (lodi tradizionali). “Dàda Ajàka”, fratello anziano consanguineo di Shango stava, in quel tempo, sul trono a “Oyo” “Dàda” è il nome che, nei paesi yorùbá, danno a quei bambini i cui capelli spuntano a piccoli ciuffi, con la tendenza ad arricciarsi separatamente. “Egli amava i bambini, la bellezza delle arti, aveva un carattere pacifico e non possedeva l’energia necessaria ad un capo in quei tempi”.
Shango lo detronizzò e “Dàda” se ne andò in esilio a Igboho durante i sette anni di regno del suo fratellastro. Dovette accontentarsi allora di portare una corona fatta di conchiglie chiamate “adè de Baàyani”. Dopo la partenza di Shango, “Dàda Ajàka” tornò a regnare nuovamente a “Oyo”. Contrariamente al suo precedente periodo di regno, egli si mostrò coraggioso e guerriero e, rivoltandosi contro i parenti della famiglia materna di Shango, attaccò i “Tàpa”.
Frobenius pensava che c’erano stati due Shango di differente origine: il più anziano sarebbe stato “Sango-Tàpa”, di origine Nupè (altro nome dei “Tàpa”), con un montone per simbolo; mentre il più giovane, “Sango-Mési” sarebbe stato di origine Borgu (Bariba), rappresentato da un guerriero a cavallo. Ma pare che Frobenius abbia male interpretato ciò che gli avrebbero raccontato, perché se il suo “Sango-Tàpa” ben corrisponde a Shango, terzo “Alàafin Oyò”, nato nel paese “Tàpa”, per contro il suo “Sàngo-Mési” apparterrebbe ad un’epoca posteriore al suo regno.
Quello che ha causato l’errore di Frobenius sarebbe, da una parte il fatto che esistevano degli “Oyo-Mési”, i sette consiglieri principli di “Alàafin-Oyò”, i “fattori-di-re”, coloro che sceglievano un nuovo “Alàafin” dopo la morte del suo predecessore e che, d’altra parte, gli “Oyò” divennero famosi per la loro cavalleria, riorganizzando quattro regni dopo “Ajàkà”, al tempo di “Alàafin Onìgbogi”. Il che non impedì alle sue truppe di essere battuti dai “Tàpa” con i quali le relazioni erano molto tese dopo la morte di Shango. “Alàafin Onìgbogi” dovette fuggire a Gbere nel paese Bariba, dove rimase come rifugiato e così il suo successore. In seguito quattro “Alàafin” successivi vissero a Igboho non lontano dal paese Bariba. Questi avvenimenti storici, posteriori al regno di Shango, hanno potuto far credere all’esistenza di un “Sango(Mési)-Bariba, mentre si trattava invece di re successori di Shango.
Sotto il suo aspetto divino, Shango resta il figlio di Oraniyan (divinizzato pure lui), ma ha per madre “Yamase” ed è marito di tre divinità: Oya, Oshun e Oba. Shango è virile e gagliardo, violento e giustiziere; egli persegue i mentitori, i ladri e i malfattori. Morire a causa della folgore è un fatto infamante. Una casa colpita dal fulmine è una casa marcata dalla collera di Shango. Il proprietario deve pagare delle pesanti ammende ai sacerdoti del dio che vengono a cercare fra le macerie gli “édun arà”, pietre di fulmine, lanciate da Shango e conficcate in terra la dove il suolo è stato colpito dal fulmine. Questi “édun arà”, in realtà sono ascie neolitiche, posate sull’”0dò”, il mortaio in legno scolpito, consacrato a Shango. Questi “édun-arà” sono considerati come delle emanazioni del dio che contengono il suo “ase”. Il sangue degli animali sacrificati è versato in parte su queste per mantenerne la forza e la potenza. Il montone, a cui tagliano l testa al primo scoppio del tuono, è l’animale il cui sacrificio gli aggrada di più. Gli si fanno anche offerte di “amala” , una pietanza preparata con della farina di “igname”, irrorata con una salsa fatta a base di “gombos” (??). Ma è strettamente proibito offrirgli dei fagioli bianchi del tipo chiamato “sesé”.
L’emblema di Shango è la doppia ascia stilizzata, “osé” che gli “elégun” portano in mano quando sono in stato di transe. Un emblema che ridorda l’ascia bipenne di Zeus a Creta. Questo “osé” sembra essere la stilizzazione di un personaggio che portava il fuoco sulla testa. Questo fuoco è allo stesso tempo la doppia ascia e ricorda, per un certo verso, la cerimonia chiamata “ajeré”, dove gli iniziati di Shango devono portare sulla testa una giara piena di buchi (ajèré) nella quale brucia fuoco vivo. Essi non sono per nulla sensibili a questo fardello ardente e ciò dimostra che non vi è simulazione di transe. Gli iniziati devono passare in seguito per un’altra prova, chiamata “àkàrà”, durante la quale essi inghiottono micce ardenti di cotone imbevute di olio di palma. Una rievocazione della leggenda secondo la quale Shango aveva la facoltà di sputare fuoco grazie ad un talismano che aveva mandato Oya a cercare nel paese Bariba.
Gli “elegun” di Shango spesso portano in mano uno strumento musicale utilizzato unicamente da loro, lo “séré” fatto con una zucca lunga contenente dei piccoli grani. Se adegutamente scossa durante il coro delle lodi a Shango, questo strumento sembra che imiti il rumore della pioggia. Gli “elegun” alcune volte portano anche a tracolla un “labà” una grande sacoccia di cuoio lavorato, dove si riteneva che Shango tenesse delle pietre di fulmine da lanciare sulla terra durante le tempeste. Dei tamburi di forma particolare chiamati “batà”, di cui parleremo in seguito, sono utilizzati per accompagnare le danze.
Una testimonianza dell’eleganza, della prestanza di Shango e delle sue maniere da “dandy” con cui sedusse Oya, che era allora la moglie di Ogun, ci è tramandata da una storia di “Ifà” di cui abbiamo già parlato in un precedente capitolo:
“ Tra i clienti di Ogun, il fabbro, c’era Shango, al quale piaceva molto essere elegante al punto da intrecciarsi i capelli come quelli di una donna. Egli si era fatto dei buchi nei lobi delle orecchie dove portava sempre degli anelli. Indossava collane di perle. Portava dei braccialetti. Che eleganza !!! Quell’uomo era anche potente per via dei suoi incantesimi (talismani). Era un guerriero di professione. Non faceva prigionieri nel corso dei suoi combattimenti. (Egli uccideva tutti i suoi nemici) Per questa ragione, Shango è salutato: Re di “Kòso” che agisce indipendentemente.”
I tradizionali saluti che gli dirigevano i suoi fedeli non mancano di arguzia e fanno risaltare la sua forte personalità: “Ride quando va da Oshun. Si ferma molto tempo con Oya. Egli indossa un grande perizoma rosso. Oh! Elefante che cammina con dignità. Il mio Signore che cucina l’”igname” con l’aria che soffia dalle sue narici. Egli uccide sei persone con una sola pietra di fulmine. Se arriccia il naso, il bugiardo (si spaventa) e fugge.
Shango è il fratello minore non solamente di “Dàda-Ajàka” ma anche di Omolu. Non sono propriamente dei legami di parentela che lo uniscono al dio delle malattie contagiose, ma piuttosto quelli della loro probabile origine comune nel paese Tàpà. In quel luogo, Obaluayé-Omolu sarebbe più anziano di Shango. Così, per deferenza verso un anziano, delle offerte sono sempre obbligatoriamente fatte a Omolu in certi villaggi come Sakète e Ifanyin, la vigilia del giorno delle clebrazioni in onore di Shango.

Shango nel Nuovo Mondo

Il culto di Shango è assai popolare nel Nuovo Mondo, tanto in Brasile che nelle Antille. A Recife, in Brasile, il suo nome serve anche a designare l’insieme dei culti africani praticati nello stato di Pernanbuco. A Bahia, i fedeli di Shango portano, come in Africa, delle collane rosse e bianche. Il mercoledì è il giorno della settimana che gli è consacrato. Quando egli si manifesta, durante un celebrazione, in uno dei suoi iniziati, gli assistenti lo salutano dicendo: “Kàwo Kabiyésilé”, – Venite a vedere il re discendere sulla terra !-. I tamburi “batà” non sono più conosciuti in Brasile, mentre lo sono a Cuba, ma i ritmi marcati per Shango sono gli stessi. Vivaci e battaglieri, sono chiamati “aluja” e “tonibobe” e sono accompagnati dal forte fruscio degli “séré” agitati all’unisono.
Nel corso delle danze, Shango brandisce fieramente il suo “osè”, e, quando la cadenza accelera, egli fa finta di raccogliere da un sacco “labà” immaginario delle pietre del fulmine e lanciarle sulla terra. Il simbolismo della sua danza lascia poi intendere il suo lato salace e gagliardo. Durante certe feste Shango appare davanti agli assistenti portando sulla testa un “ajèré” contenente del fuoco e inghiotte, come in Africa, delle micce di cotone accese, chiamate “àkàrà”.
A Bahia si dice che ci sono dodici Shango: “Dàdà, Oba Alonja, Obalube, Ogodo, Oba Koso, Jakuta, Aganju, Baru, Oraniyan, Aire Intilè, Aira Igbonan, Aira Adjaosi.” Una certa confusione regna in questa lista, in cui Dada è, in realtà, il fratello anziano di Shango, Oraniyan suo padre, Aganju, uno dei suoi successori. Si dice a Bahia che Ogodo era originario del paese “Tàpà”, egli brandisce due “osé” quando danza e il suo “edun arà” è a due tagli. Gli Aira sarebbero degli Shango molto vecchi che portano collane ornate di perle azzurre, “segì”, al posto di quelle bianche e rosse come gli altri Shango. Questi Aira sarebbero arrivati dalla regione di Savè (ex Dahomey). Shango è imparentato con San Gerolamo in Brasile e con Santa Barbara a Cuba. Queste scelte, a prima vista, ci sembrano piuttosto strana, come avevamo già fatto notare.
Quando a Bahia si celebra una festa per Dadà, il fratello anziano di Shango, la cerimonia assume l’aspetto di una ricorrenza storica, e questo, spesso, all’insaputa dei partecipanti che non sempre conoscono la storia degli yorùbá. Il o la “elègun” di Dada danza davanti agli astanti con in testa una corona: “adé de Baàyani”. Di pronto Shango cavalca uno o una dei suoi iniziati, afferra la corona e se la mette in testa. Dopo aver danzato per un po’ con la corona in testa, la restituisce a Dàdà. Questo elemento del rituale sembra voler ricordare l’antico evento dell’usurpazione del trono di “Dàdà-Ajàkà” da parte di Shango e il suo ritorno al potere sette anni dopo.

Archetipo

L’archetipo di Shango è quello delle persone volitive ed energiche, altere e consapevoli del loro rango, reale o presunto.
Esse possono essere “gran signori” e cortesi, ma che non tollerano la minima contraddizione e, in tal caso, sono capaci di lasciarsi andare a violente crisi di collera.
Sono sensibili al fascino delle persone del sesso opposto e si comportano con tatto e fascino nel corso delle riunioni sociali, ma, se si innervosiscono, oltrepassano con facilità i limiti del buon gusto. La grande consapevolezza della loro dignità e dei loro doveri fa si che si comportino con un misto di severità e benevolenza, secondo l’umore del momento, ma sanno mantenere generalmente un profondo e costante senso di giustizia.

Fonte: orixaspierreverger.pdf