Essere “dentro” e essere “fuori” è quello che la condotta dello Ìyàwó ci chiede.

1.jpg

La mia infanzia è stata segnata da un rituale che spesso ritenevo noioso, ma che, per la sua obbligatorietà, facevo senza lamentarmi: chiedere la benedizione a tutti i parenti più anziani quando arrivavo in un posto. Ero stanca di tornare da scuola o da qualsiasi luogo e mettermi raccolta davanti a casa della nonna tra una cerchia di persone che andavano dalla mia bisnonna alla sorella minore di mia madre (mia zia), e dal più vecchio al più giovane tra cui anche alcune prozie. Chiedevamo la benedizione ad uno ad uno e poi entravamo a mangiare.

So che, pur essendo giovane, le cose accadono oggi in un modo un po’ diverso. Nel corso del tempo i comportamenti cambiano a seconda delle esigenze, degli stili di vita, ecc… Le famiglie sono “più piccole”, i parenti vivono spesso lontani e il legame diventa diverso: si sta formando la famosa famiglia nucleare.

Chi è abituato a vivere in questa seconda forma, quando inizia a frequentare una casa di Candomblé presto nota la differenza, perché dovrà iniziare a fare quello che facevo io a 7 anni e questa volta in maniera più ordinata e dovendo avere l’educazione che molte volte non si esige data la spontaneità dei bambini: abbracciare, chiedere se va tutto bene, parlare di cose piacevoli. Questo con 10, 20, 30 persone a seconda del giorno e del tipo di funzione … sì, può essere molto faticoso, ma non ci si può lamentare.

Con l’iniziazione e passando per tutti i procedimenti rituali si comprende molto enfaticamente che siamo parte di una famiglia: quelle 10, 20, 30 persone sono la nostra famiglia, scegliamo e accettiamo il collegamento, accettiamo l’eternità di questo legame. Alcuni allora dicono:”Ma il legame eterno è con l’Orisha” sì, è implicito ed è esattamente perché il legame eterno è con l’ Orisha in esso sono “sottintese” tutte le persone che erano legate al luogo e alla famiglia in cui siete stati iniziati, amati Omorixá.

Un’energia non nasce dal nulla, tu sei nato in una casa di Axé, in una famiglia di Axé, e furono necessarie mani perché tutto accadesse, e tutto questo sarà contenuto nella tua storia con il tuo Orisha.

Proprio come l’Orisha sa da dove proviene quel sacrificio che sta ricevendo, lui sa anche chi ha preso parte al grande momento della consacrazione di suo figlio/figlia a lui. Stiamo parlando di energia che si materializza, ed è presente ovunque. Cerchiamo di non essere così ingenui da pensare gli Orisha così limitati come siamo noi…

Per via dell’appartenenza, dell’educazione, della famiglia di cui facciamo parte, ci viene richiesta una certa attitudine, rispetto, buon comportamento.

Da oggi in poi rappresento me, il cammino di Ori, il mio Orisha, rappresento la mia discendenza. Qualcuno può considerare questo come un peso oppure ci si rende conto di quanto questo può portare benefici nella vita in ambiti al di fuori del contesto religioso.

Ad alcune persone piace separare le due cose: “nel barracao mi devo comportare in tal modo, fuori di esso, si salvi chi può”. Questo mi confonde.

Ci rendiamo conto che davvero abbiamo interiorizzato un’esperienza di apprendimento quando la usiamo dove non avremmo mai immaginato.

Per esempio: mi piace criticare. A volte le critiche possono essere bene accolte in determinate situazioni, ma prima di sparlare posso pensare a ciò che mi sta dando: “questo mi fa bene? Migliorerà l’ambiente in qualche modo o creerà solo altre tensioni? Questo è davvero di mia competenza?” Quando il sangue riscalda gli “occhi” (si legga il giudizio) di solito ci accieca, ma ci sono sempre quei 5 secondi per poter ponderare le cose.

In Yoruba le parole casa, terra e pianeta Terra provengono da parole incredibilmente simili: Ilé, Ilè (con un punto sotto la e) e Ilé Ayé. Si noti che è solamente il suono delle vocali che cambia il significato tra loro. Mentre le parole portoghesi suonano così diverse, in Yoruba è tutto molto simile. Questo non è una coincidenza. Se è tutto così simile è perché la nostra condotta dovrebbe essere simile nei diversi ambienti.

Che cosa vogliamo di buono per la nostra casa, per la terra che calpestiamo, per il pianeta che abitiamo? Credo che non vogliamo cose tanto differenti per ognuno: vogliamo un minimo di armonia, che il dolore non esista, che la fertilità sia presente…e quindi, che cosa significa essere Ìyàwó?

Io risponderei: vivere questi tre “mondi”, come l’unico mondo che in realtà è.

Non siamo Ìyàwós nel barracao, siamo Ìyàwós nel mondo.

Egbon Dayane Oyakol

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.