Pierre Verger: Obatala – Oshalufan – Oshaguian

Orisanla o Obatala in Africa

“Orisanlà” (Il Grande Orishà) o “Obatala” (il Re dalle vesti bianche) occupa la posizione unica e incontestabile del più importante orishà, il più importante tra tutti gli dei yorùbá. Egli fu il primo ad essere creato da “Olodumare”, il Dio Supremo.
“Orisanlà-Obatalà “ è anche chiamato “Orisa” o “Oba Igbo”, Orishà o re degli “Igbo”. Egli era molto ostinato e aveva un carattere assai indipendente, il che gli avrebbe causato molte delusioni.
E’ lui che fu incaricato da “Olodumarè” di creare il mondo, con il potere di suggerire, “abà” e di realizzare, “ase”, ragione per cui viene salutato con il titolo di “Alàabalaàse”.
“Olodumarè” gli diede, prima che partisse per compiere quella missione, il “sacco della creazione”. La potenza che gli era stata concessa non lo dispensava, tuttavia, dal dover compiere, come gli altri orishà, certi obblighi e di seguire certe regole di condotta. Una leggenda ci fa sapere che, per via del suo carattere altero, egli rifiutò, prima di intraprendere il suo viaggio per andare a creare il mondo, di fare certi sacrifici e certe offerte a Eshù, il quale, tra le altre sue mansioni, ha quella di guardiano della porta dell’al di la.
“Orisanlà” si mise dunque in cammino, appoggiato ad un grande bastone di stagno,
l’ “opa osoro”, “il bastone per fare le cerimonie” e, ben presto, incontrò Eshù vicino alla porta di uscita dell’al di la. Questi, scontento del rifiuto del Grande Orishà di fargli le offerte prescritte, si vendicò facendogli provare una sete tremenda. “Obatala”, per potersi dissetare, non ebbe altro rimedio che grattare la scorza di un tronco di palma ad olio con la punta del suo “opà osoro”.
Un liquido rinfrescante sgorgò dalla fessura del tronco, era vino di palma. Egli ne bevve in abbondanza, si ubriacò e, non sapendo più dove si trovava, cadde addormentato per terra.
Sopraggiunse allora “Olofi-Oduduà”, creato da Olòdumare dopo “Orisanlà” e grande rivale del primo. Vedendo il Grande Orishà addormentato, egli gli sottrasse il sacco della creazione, ritornò da “Olodumarè” mostrandogli quello che aveva trovato e per riferirgli in che stato era caduto “Orisanlà”.
“Olodumarè” dichiarò: “Se è così, va Odudua, va a creare il mondo !”.
“Odudua uscì allora dall’ al di la e si trovò davanti ad un’estensione di acqua senza limiti. Egli lasciò cadere la sostanza scura contenuta nel sacco della creazione. Era la terra, si formò un monticello che emerse fuori dalle acque.
Egli ci mise sopra una gallina le cui zampe avevano cinque unghie, essa si mise a raspare e a sparpagliare la terra sulla superficie dell’acqua. Dove questa cadeva, si formava la terra, spargendosi sempre di più, il che si dice: ‘Ilè nfé’ in yorùbá, origine del nome della città di ‘Ilé Infé’. Odudua vi discese, seguito dagli altri dei, e divenne il Re del Mondo. Quando “Orìnsalà” si svegliò non trovò più a suo lato il sacco della creazione. Indispettito, ritornò da “Olodumarè” che, per castigo della sua ubriachezza passata, proibì al Grande Orishà, così come agli altri orishà della sua famiglia, gli “orisa funfun” (gli orishà bianchi) di bere, da allora in avanti, vino di palma e di consumare olio di palma.
Per consolarlo tuttavia della sua disavventura, “Olodumarè” gli affidò il compito di modellare con la creta i corpi degli esseri umani ai quali lui poi avrebbe dato il soffio vitale. Per questa ragione “Orisanlà” è anche chiamato “Alàmorere”, (il proprietario della buona creta –o fango-).
Egli si mise dunque a modellare i corpi degli uomini, ma non sempre rispettava l’interdizione a bere del vino di palma e così, in quel giorno, i corpi uscivano dalle sue mani contraffatti, deformati, zoppi e gobbi; alcuni, lasciati troppo poco tempo sul fuoco ne uscivano mal cotti e il loro colore era tristemente biancastro, si trattava degli albini. Tutte le persone che rientrano in questa categoria triste gli sono consacrati e diventano gli adoratori del Grande Orishà.
In seguito, quando si incontrarono di nuovo Obatala e Odudua, attaccarono a battersi e a bisticciare aspramente. Il ricordo di queste dispute e conservato nelle storie di “Ifa”, pubblicate in un’altra nostra opera.
Si tratta, probabilmente di fatti reali accaduti nella storia antica che hanno poi rivestito un carattere religioso. Fatti che hanno costituito la fondazione della città di “Ife” considerata la – culla della civiltà yorùbá e (ai loro occhi) del resto del mondo”. Obatalà sarebbe stato il re degli “Igbo”, una popolazione stabilitasi nei pressi di quella che sarebbe diventata “Ifè”.
Il ricordo non ne è andato perso nelle tradizioni orali in Brasile, dove Oshala è spesso menzionato nei loro canti come Orishà Igbo o Baba Igbo. Durante il suo regno fu vinto da Odudua, giunto alla testa di un’armata e accompagnato da sedici personaggi i cui nomi variano secondo gli autori, ma che sono in generale qualificati come: “awon agbagba” – gli anziani -.
Questi avvenimenti di carattere storico, corrispondono alla parte del mito dove “Orinsalà” fu inviato a creare il mondo (mentre in realtà egli divenne re degli Igbo) ed entrò nel mito. Odudua che divenne re del Mondo sottraendogli il sacco della creazione (mentre che, in effetti, aveva detronizzato “Orinsalà-Oba Igbo” rubandogli il regno).
Odudua sarebbe venuto dall’est al momento delle ondate migratorie causate da un’invasione berbera in Egitto, che aveva causato uno spostamento di popolazioni che si cacciavano via via l’un l’altra verso ovest per arrivare a Borgu, chiamato anche paese Bariba. Odudua sarebbe arrivato al seguito di una di queste popolazioni da una lontana regione d’Egitto o forse anche dalla Mecca, in un luogo vicino a “Ife”, chiamata “Okè Ora”, dove gli invasori avrebbero soggiornato per molte generazioni. Non fu certo senza opporre resistenza che “Orinsalà-Oba-Igbo” perse il trono, anzi, reagì energicamente e riuscì persino a cacciare Odudua fuori dal suo palazzo.
Fu aiutato dai suoi partigiani “Oroluerè e Obawinni”, ma il successo fu di breve durata poiché egli fu, a sua volta, cacciato dal palazzo per opera di “Obameri”, partigiano di Odudua. “Orisnla” fu obbligato a rifugiarsi a “Ideta-Oko”.
“Obameri” si piazzò su quella strada che congiungeva quel luogo a “Ifè” per impedire a “Orisanlà” di ritornarci. Quest’ultimo, avendo perduto il suo potere politico, conservò le sue funzioni religiose e tornò, più tardi, a stabilirsi nel suo tempio a “IdetaIlè”. La corona di “Orinsala-Oba-Igbo”, presa da Odudua, sarebbe stata conservata fino ad oggi nel palazzo di “Oonì”, re di “Ife”, discendente di Odudua. Quella corona chiamata “aré”, fa parte degli oggetti utilizzati per l’incoronazione di un nuovo re. I sacerdoti di “Orinsala” ricoprono un ruolo importante in quelle occasioni. Essi partecipano a certi riti nel corso dei quali sono loro stessi a posare la corona sulla testa del nuovo sovrano di “Ifé”, che dovrà, prima della sua incoronazione, recarsi al tempio di “Orinsala”. Durante le feste annuali celebrate per “Orinsala” a “Ifè”, i sacerdoti di questo dio alludono, nei loro canti, alla perdita della corona di “Oba Igbo” e si fa menzione del suo antico potere sul paese, prima dell’arrivo di Odudua e la fondazione di “Ifé”.
Inoltre, “Oonì” deve inviare tutti gli anni un messaggero rappresentante della sua persona a “IdetaOko”, la dove “Orinsala” abitava dopo la sua cacciata dal palazzo per parte di “Obameri”. Il messaggero deve portare delle offerte e ricevere delle istruzioni e la benedizione del Grande Orishà.
“Orinsala” (il Grande Orishà) è chiamato anche “Orisaala” (o “Obatala”), (l’Orishà –o il re- dal vestito bianco). Gli dei di questa famiglia dovrebbero senza dubbio essere i soli ad essere chiamati “orisa”, mentre gli altri dei sono indicati con il proprio nome o quello più generale di “ebora”, per gli dei maschili.
Il termine “Imolè”, usato da Epega, ricopre l’insieme degli dei yorùbá.
Questa famiglia di “orisa funfun”, gli orishà bianchi, sono quelli che utilizzano l’ “efun”, la creta bianca per decorare il corpo. A loro si fanno delle offerte di cibi bianchi. Pasta di igname pestata nel mortaio, mais, lumache e burro di karité. Il vino e l’olio di palma così come il sale sono proibiti. Quelli che sono a loro consacrati devono sempre vestirsi di bianco, portare delle collane dello stesso colore e dei braccialetti di stagno, piombo o avorio.
Questi orishà bianchi sarebbero cento cinquanta quattro, di questi vi diamo alcuni nomi: “Orisa Olufon ajiguna koari”, che grida quando si sveglia; “Orisa Ogiyan Ewuléèjigbo”, padrone di Ejigbo; “Orisa Obanijita, il primo di questa famiglia; “Orisa Akirè o Ikirè, un valente guerriero assai ricco, che rende sordomuto chi non lo rispetta. “Orisa Eteko Oba Dugbe”, un altro guerriero, molto unito a “Orinsala”; “Orisa Alàse o Oluorogbo”, che ha salvato il mondo facendo cadere la pioggia in tempi di siccità; “Orisa Olòjo”; “Orisa Arowù”; “Orisa Oniki”; “Orisa Onirinja”; “Orisa Ajagemo” , nel corso della festa annuale del quale, a “Edè”, si mima un combattimento con una danza tra di lui e “Olunwi”, dove quest’ultimo è vincitore e fa prigioniero il suo avversario; poi è liberato e ritorna trionfante verso il suo tempio. Ulli Beier suggerisce che in tal modo ci potrebbe essere una ricostruzione della conquista del regno “Igbo” da parte di Odudua, della sconfitta di “Orinsala” sul piano temporale e della sua vittoria spirituale finale; “Oris Jayé a Ijayé”; “Orisa Olòba” a “Obà”; “Orisa Popo” a Ogbomosho; “Orisa Rowu” a Owu; “Orisa Oluofi” a Iwofin; “Orisako” a “Oko”, ecc. William Bascom fa notare che il rituale di adorazione di tutti questi “orisa funfun”” è così simile che, in certi casi, è difficile rendersi conto se si tratta di divinità deparate o semplicemente di nomi e manifestazioni diverse di “Orinsala”.
“Orinsala-Obatalà” è sposato con “Yemowo”. Le loro statue sono disposte una di finaco all’altra e coperte di linee e di punti segnati con l’ “efun” nell’ “Ilesin”, la casa dell’adorazione di questa coppia nel tempio di “Ideta-Ilé” nel quartiere Itapa a “Ilé-Ifé”. “Yemowo” si dice che fu l’unica moglie di “Orinsala-Obatalà”. Un caso eccezionale di monogamia tra gli “orisa” e gli “ebora”, molto inclini, come si è visto nei capitoli precedenti, ad avere delle avventure amorose multiple e a rinnovare con facilità i loro voti matrimoniali.

Oshalufan (Orisa Olufon)

“Oshalufan” (Orìsà Olufon), il cui tempio è a “Ifon”, non lontano da “Osogbo”, è un “orisà funfun”, vecchio e saggio. Il suo culto è rimasto ancora relativamente preservato in quella città calma che si caratterizza pertanto per la presenza di molti templi, chiese cattoliche e protestanti e moschee diverse che attirano, le domeniche e i venerdì, una grande affluenza di fedeli di molteplici forme di monoteismo importate dall’estero.
Per contro, purtroppo, date queste circostanze, i giorni della settimana yorùbá di quattro giorni consacrati a Oshala, non interessano più che a ben poca gente oggigiorno. Solo un piccolo gruppo di sei sacerdoti, gli “Iwefà méfa (Aàje, Aàwà, Oluwin, Gbogbo, Alàta, Ajibòdu)” legati al culto di “Orisa funfun” e una ventina di “olòyè”, i dignitari, portatori di titoli, fanno parte della corte del re “Oba Olùfon”.
La cerimonia di saluto al re, ogni sedici giorni da parte degli “iwèfa e gli olòyè” è impressionante per la calma, la semplicità e la dignità. Il re, “Olufon, aspetta seduto sulla soglia di una porta del palazzo riservato solamente a lui.
E’ vestito con un manto e un berretto bianco. Gli “iwèfa” e gli “olòye” avanzano, anche loro con una veste bianca annodata sulla spalla sinistra e recano in mano un grosso bastone. Si avvicinano al re e si fermano davanti a lui, posano il bastone per terra, si tolgono il berretto, le scarpe, snodano il panno bianco e lo fissano intorno alla vita. Con il torso nudo in segno di rispetto, si inginocchiano e si prosternano in diverse riprese, scandendo con fare rispettoso, grave e sottovoce, una serie di voti di longevità, calma, felicità e fecondità delle donne, di prosperità e protezione contro gli elementi avversi e le genti cattive.
Il tutto espresso in una lunga litania di proverbi e formule tradizionali.
Gli “iwèfa” e gli “olòye” si vanno quindi a sedere ai due lati del re; ai primi si aggiungono le tre sacerdotesse di “Orisa Olufon” (tutte e tre albine) e tra le seconde (olòye) figura la “Ifalodé” che è a capo delle donne della città.
Una volta sistemati, si scambiano saluti, complimenti e commenti sui recenti avvenimenti interessanti della comunità. In seguito il re fa servire loro dei cibi, di cui una parte è deposta davanti all’altare di “Orisa Olùfon”, accomunando il pasto con quello per il dio protettore.

Oshaguian (Orisa Ogiyan)

Oshaguian (orisa Ogiyan) è un “orisa funfun”, giovane guerriero, il cui tempio principale si trova a “Ejigbo”. E’ in quel luogo che questo “orisa” arriva dopo un lungo periplo che lo porta in diversi luoghi, “Ikiré” incluso, dove egli lascia uno dei suoi compagni che diventa l’opulento “Orisà Ikirè”.
Giunto alla fine del suo viaggio egli prende il titolo di “Eleéèjigbo”, re di “Ejigbo”, ma una caratteristica di questo orishà, il gusto smodato che egli aveva per lo –igname- pilato, chiamato “iyàn”, gli valse il soprannome di “Orishà-mangiatore-di-igname-pilato”, che in yorùbá suona –orisà je iyan e, per contrazione: “Orisajiyàn o Orisàgiyan”.
Egli ne mangiava di giorno, di notte, al mattino al suo risveglio, insomma, gliene ci voleva a tutte le ore del giorno. Egli fu persino, dicono, l’inventore dell’arnese per pilare e del mortaio per facilitare la preparazione del suo piatto favorito, cosicché, quando un “elegun” di questo orishà è da lui posseduto, porta sempre ostentatamente in mano un arnese per pilare e un mortaio, alludendo alle sue preferenze alimentari. Questo particolare è conosciuto in Brasile dalle persone consacrate a “Oshaguian” le quali, quando sono in transe, brandiscono immancabilmente il “pilon” (arnese per macinare i grani) simbolico durante le loro danze.
Inoltre, la festa celebrata ogni anno per Oshaguian si chiama “il pilon di Oshaguian”.
Durante le cerimonie annuali fatte a “Ejibò”, la tradizione obbliga gli abitanti dei due quartieri della città, “Osolo e Oke Mapo”, a battersi gli uni contro gli altri a colpi di pertica per diverse ore. Una leggenda giustifica questa abitudine raccontando la seguente leggenda: “ Un certo “Awoléjé”, “babalàwo” del suo paese, compagno e amico di “Eléèjigbò”, gli aveva suggerito quello che doveva fare per trasformare il villaggio di “Ejigbò”, appena fondato, in una città fiorente e quindi se ne andò all’estero.
In qualche anno l’agglomerato divenne una grande città, circondata da mura e fossati, con porte fortificate, guardiani, un palazzo per “Eléèjigbò”, numerose case, un grande mercato, dove la gente veniva da lontano per comperare e vendere mercanzie e schiavi.
“Eléèjigbò” viveva in grande stile e, quando si parlava di lui esigeva grande riguardo e che lo si interpellasse con il termine adulatore di “Kàbiyèsi”, “Sua Reale Naestà”. “Awoléjè”, dopo alcuni anni, tornò e, sebbene fosse un “babalawo” non sapeva nulla della grandezza del suo amico.
Arrivato al posto di guardia domandò famigliarmente del “Mangiatore di ignamme pilato”. Le guardie, stupefatte e indignate dell’insolenza del viaggiatore verso il sovrano del luogo, si gettarono su “Awoléjé”, lo picchiarono crudelmente e lo gettarono in prigione. Il “babalàwo” ferito si vendicò utilizzando certi suoi incantesimi. “Ejibo” conobbe allora anni difficili: la pioggia non cadeva più, le donne diventavano sterili, i cavalli del re non trovavano più l’erba da brucare e altre disgrazie ancora. “Eléèjigbo” fece delle inchieste e apprese che “Awoléjè” era incarcerato; lo fece liberare immediatamente e lo supplicò di perdonare e di dimenticare i cattivi trattamenti di cui era stato vittima.
“Awoléjè” accettò ma impose una condizione: – Il giorno della festa di Oshaguian gli abitanti di “Ejigbò” avrebbero dovuto battersi tra di loro a colpi di bastone per diverse ore -. Questa flagellazione espiatoria ha dunque luogo tutti gli anni in presenza di “Eléèjigbo”, mentre le donne consacrate all’orishà cantano gli “oriki” del dio e colpiscono il suolo con degli “isan”, bacchette di “atori” (glyphea laterifolia), perché i morti siano testimoni e per farli partecipare alla cerimonia. Esse esortano Oshaguian a fare regnare la pace e l’abbondanza nella loro città e a fare cadere regolarmente la pioggia.
Gli “ase” del dio sono portati in seguito nella foresta sacra dove si trova il suo tempio. La battaglia termina, si forma un corteo, preceduto da “Eléèjigbo”.
La folla entra danzando nel palazzo dove gli “ase” rimangono per un certo tempo. Dopo di ciò ritornano, accompagnati da “Eléèjigbo” e il suo seguito fino al tempio di Oshaguian nella foresta.
La folla occupa ben presto tutto lo spiazzo, portando delle zucche contenenti le offerte di cibo in cui figura, in bella mostra, un piatto di –igname- a lungo pilato nel mortaio, che sarà poi mangiato in comunità con il dio.

Oshala nel Nuovo Mondo

Nel Nuovo Mondo, in particolare a Bahia in Brasil, Oshala è il più grande, il più venerabile e il più venerato di tutti gli orishà. I suoi adepti portano delle collane di colore bianco e si vestono di bianco. Questa abitudine di vestirsi così, si estende, il venerdì, giorno della settimana che gli è consacrato, a tutte le genti del “candomblé”, anche a quelli il cui orishà è un altro, tanto grande è il prestigio di Oshla. In Brasile è sincretizzato con “O Senor do Bonfim”, il Cristo dell’ultima Buona Fine, senz’altra ragione apparente se non l’enorme prestigio di cui gode a Bahia e la fervente devozione che ispira ai suoi abitanti di qualsiasi estrazione sociale. A Cuba Oshala è assimilato alla “Virgen de la Merced”, probabilmente perchè i vestiti portati dai membri della confraternita di quel nome sono dello stesso colore bianco di quelli del Grande Orishà.
A Bahia si dice che ci siano sedici Oshala, eccone i nomi: Obatala, Odudua, Orishà Okin, Orishà Lulu, Orishà Ko, Oluya Baba Roko, Oshalufan, Baba Epe, Baba Lejugbè, Oshaguian, Orishà Akanjapriku, Orishà Ifuru, Orishà Kéré, Baba Igbo, Ajagunan, Olissassa. Notiamo che Baba Lejugbé è, senza dubbio, “Orisà Ijugbè” che in Africa è un compagno di “Obatalà”; Orishà Kéré sta per “Orisà Akirè o Ikirè”, un altro compagno di “Obatalà”; Ajagunan è uno dei nomi di “Orisà Ogiyan”, conosciuto pure a Bahia con il nome di Baba Elèmèsho; Baba Igbo èOshala lui stesso e Olissassa è la versione del Dahomey di “Orinsalà”; in quanto ad Odudua, egli figura in questa lista per via, forse, della sua presenza nel mito della creazione. Gli “Orisa funfun” i più correnti a Bahia, sono quelli di cui abbiamo già parlato per l’Africa, Oshalufan, un Oshala vecchio e Oshaguian, un Oshala giovane.
Durante le sedute del “candomblé”, nel momento in cui Oshalufan monta (possiede) uno dei suoi iniziati, questo si comporta come una persona molto vecchia, curva sotto il peso degli anni, che avanza con difficoltà esitando, come sofferente per i reumatismi, si appoggia al “pashoro”, una canna di metallo binco, sormontata da un uccello di metallo, ornato di piccoli dischi da cui pendono delle campanelle d’argento.
Per contro, gli iniziati di Oshaguian danzano energicamente come dei guerrieri giovani e forti, brandendo un palo da mortaio in una mano e una spada dall’altra. Si salutanop questi dei Oshala gridando: “Eépaa Bàba !”, Viva il padre ! oppure: “Ese eèe !” – Buona attività!
Esiste una leggenda, a questo proposito, conosciuta a Bahia e in Africa, di cui Lydia Cabrera da una versione da lei udita a Cuba: “Oshalufan aveva deciso di andare a visitare Shango, re di Oyo, suo amico. Prima di partire era andato a consultare un “babalawo” per sapere se il suo viaggio sarebbe stato buono.
L’indovino gli rispose che andava incontro ad un disastro e non doveva assolutamente partire, ma Oshalufan aveva un carattere ostinato e persisteva nel suo proposito, domandò invece quali sacrifici potesse fare per ingraziarsi la sorte.
L’indovino ribadì che il suo viaggio sarebbe stato penoso, che egli avrebbe dovuto affrontare molti disagi e che, se non voleva perdere la vita, non avrebbe mai dovuto rifiutarsi di rendere i servigi che avrebbero potuto essergli richiesti, senza mai lamentarsi delle conseguenze che avrebbero potuto capitargli.
Egli doveva, inoltre, portarsi appresso tre vestiti di ricambio e del sapone. Oshalufan si mise dunque in cammino e, siccome era vecchio, andava lentamente, appoggiato alla sua canna di stagno.
Incontrò ben presto Eshù-proprietario-del-olio-di- palma, seduto ad un lato della strada, con un barilotto di olio di palma a suo lato. Dopo uno scambio di saluti, Eshù pregò Oshalufan di aiutarlo a mettersi sulla testa il barilotto.
Oshalufan accettò ma, mentre eseguivano l’operazione, Eshù, malignamente, gli fece cadere addosso tutto l’olio contenuto nel barilotto, mettendosi poi a ridere e a prenderlo in giro. Quest’ultimo, ricordandosi delle raccomandazioni del “babalawo”, non protestò, andò a lavarsi in un ruscello li vicino, si cambiò di vestito e lasciò il vecchio e sporco in offerta.
Riprese con fatica il suo cammino e fu vittima, ancora per due volte, della stessa disavventura per colpa di “Eshù-proprietario-del-carbone-di-legna” e “Eshù-proprietario dell-olio-di-mandorle-di-palma”.
Oshalufan, senza perdere la pazienza, ogni volta andò a lavarsi e cambiarsi di vestito. Arrivato, in fine, alla frontiera del regno di Oyo, incontrò un cavallo scappato da quelli che appartenevano a Shango. Nel momento in cui Oshalufan, nel tentativo di ammansire la bestia dandogli del mais per poi ricondurlo al suo padrone, arrivarono i servitori di Shango, lanciati all’inseguimento dell’animale e, credendo che il vecchio volesse rubare il cavallo, gli piombarono addosso colpendolo con un bastone e lo condussero in prigione. Seguirono sette anni di disgrazie per il regno di Shango; la siccità comprometteva i raccolti, le epidemie decimavano la truppa e le donne erano diventate sterili.
Shango, consultato un “babalawo” per conoscere le cause di tale disastro, apprese che erano state causate dall’ingiusto imprigionamento di un vecchio.
Dopo varie ricerche e interrogazioni, Oshalufan fu condotto al cospetto di Shango che riconobbe il suo amico; umiliato e disperato di quello che era successo, Shango gli chiese perdono e diede ordine a tutti i suoi sudditi di vestirsi di bianco, di rimanere in silenzio in segno di rispetto e pentimento e di andare per tre volte a cercare dell’acqua per lavare Oshalufan. Questi ritornò poi nel suo paese passando per Ejigbo a vedere suo figlio Oshaguian il quale, felice della ricomparsa di suo padre, organizzò delle grandi feste, con distribuzione di vivande a tutta la popolazione”.
Questa leggenda è commemorata tutti gli anni a Bahia nei “terreiros” di origine Kétu da un ciclo di feste che dura tre settimane. Un venerdì, giorno della settimana consacrato a Oshala in Brasile, gli “asè” del dio sono ritirati dal suo “péji” e portati in processione fino ad una casetta fatta di foglie di palma intrecciate, che simboliggia il viaggio di Oshalufa.
Il venerdì seguente, ossia sette giorni dopo, che ricordano i sette anni di prigionia del vecchio dio, avviene quello che è chiamato: “Aguas de Oshala”, le acque per lavare Oshala. Tutti quelli che fanno parte del “terreiro” ed hanno l’obbligo di essere presenti, vengono la vigilia nel pomeriggio di giovedì a fare un “bori”, un’offerta alla testa di una noce di cola, perché sia in stato di purezza per la cerimonia dell’indomani.
Da quel momento si osserva il silenzio fino alla mattina del giorno dopo.
Tutti i partecipanti, prima ancora dell’alba, vanno a cercare l’acqua di Oshala, vestiti di bianco, con la testa coperta da un panno bianco.
Essi formano una lunga fila che procede in silenzio, preceduta da una delle più anziane donne consacrate a Oshala, la quale agita ininterrottamente una campanella di metallo bianco, chiamata “adja”. In questo modo vanno per tre volte alla fonte sacra. Le due prime volte l’acqua è versata sull’ “ashé” di Oshala.
Questa parte del rituale è fatta in ricordo dei sudditi di Oyo che andarono, vestiti di bianco, a cercare l’acqua per lavare Oshalufan. La terza volta, quando si alza il sole, le bacinelle riempite di acqua sono versate intorno all’ “ashé” di Oshala. L’interdizione a parlare è tolta, canti accompagnati dal ritmo dei tamburi risuonano e si producono transe di possessione tra gli iniziati di Oshala, a testimoniare la soddisfazione del dio. La domenica seguente ha luogo una cerimonia di poca importanza ma, la domenica seguente, una processione riporta gli “asé” di Oshala nel suo “péji”, simboleggiando il ritorno di Oshalufan nel suo paese. La terza domenica, conclude il ciclo delle cerimonie ed è chiamata “pilao de Oshaguian”, evocando le preferenze gastronomiche del dio.
Ci sono distribuzioni di cibo fatte in suo nome per festeggiare il ritorno del padre e, in quello stesso giorno, una processione reca al “barracao” dei piatti contenenti degli –ignami- macinati e del mais cotto senza sale ne olio di palma, ma con burro di Karité. Degli “isan”, bastoncini di “atori” sono consegnati agli Oshala manifestati, alle persone legate al “terreiro” e ai visitatori di riguardo.
Si forma un cerchio di danzatori che, curvati passano davanti ad Oshala che li colpisce con un leggero tocco del bastoncino; allo stesso tempo, gli stessi che sono stati battuti, danno e ricevono da tutti gli assistenti, al loro passaggio, dei colpetti di bastoncino. E’ chiaro che, in quest’ultima parte del rituale, si vuole ricordare le bastonate di “Ejigbo”, il giorno della festa di Oshaguian.
Una versione sincretica delle acque di Oshala è il lavaggio del pavimento della basilica del “Senor do Bonfim” che avviene tutti gli anni a Bahia nel mese di gennaio. Qualche pio cattolico aveva preso l’abitudine di lavare con zelo, il pavimento di quella chiesa, il giovedì precedente la domenica di “Bonfim”.
Un atto di devozione non specifico di quella chiesa ma usuale per tutte le altre chiese cattoliche. Tuttavia al “Bonfim” ha assunto un carattere particolare.
I discendenti degli Africani, mossi da un eguale sentimento di devozione a Cristo e al dio africano, associando i due lavaggi, quello dell’ “asé” di Oshala e quello del pavimento della chiesa che porta il nome cattolico del medesimo orishà, arrivano numerosi per partecipare all’operazione il giovedi di “Bonfim”.
In quel giorno i “figli de santo” dei “candomblé” di Bahia, vestiti di bianco, vanno in corteo verso la chiesa del “Bonfim”. Portano sulla testa delle bacinelle contenenti l’acqua per lavare il pavimento della chiesa e dei fiori per decorare l’altare. Sono accompagnate da un’immensa folla dove non mancano mai le autorità civili dello Stato di Bahia e della città del Salvador.

Archetipi

L’archetipo di Oshala è quello delle persone tranquille e degne di fiducia; persone calme, rispettabili e riservate. Dotate di una forte volontà incrollabile che nulla può influenzare. In alcune circostanze, essi non modificano i propri piani e progetti, anche a scapito di avvertimenti contrari ragionevoli che li mettono in guardia contro le possibili conseguenze, ma sanno accettarle senza lamentarsi, se queste si avverano in modo spiacevole e amaro.
L’immenso rispetto che il Grande Orishà ispira alle genti del “candomblé”, si rivela pienamente quando Oshalufan danza nel corso di una festa. E’ con queste danze che generalmente si chiude la serata e gli altri orishà presenti vanno tutti intorno a lui a sostenerlo, sollevandogli i lembi del vestito affinchè non barcolli e ci inciampi sopra.
Oshalufan e coloro che lo scortano seguono il ritmo dell’orchestra che interrompe la cadenza ad intervalli regolari, il che fa fare a tutti danzando dei passi esitanti, intervallati da momenti di arresto in cui tutti gli orishà abbassano i loro corpi, lasciando cadere braccia e testa, spossati, come per qualche istante di riposo dopo la fatica della danza. Non è raro vedere anche degli spettatori mettersi a danzare, coinvolti dal ritmo, copiando i gesti e i movimenti degli orishà, in una specie di comunione con il Grande Orishà che, in altri tempi, fu il re di “Igbo”, lontano, molto lontano a “Ilù ayé”, la terra d’Africa.

Fonte: orixaspierreverger.pdf

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