Pierre Verger: OSHUMARE

 

Osumare in Africa

Oshumare (Osumare) è il serpente arcobaleno. Le sue funzioni sono multiple. Sarebbe, diciamo, un servitore di Shango e il suo incarico consisterebbe nel raccogliere l’acqua caduta per terra durante le piogge per riportarna nelle nuvole, pensiamo tuttavia che questa definizione abbia un po’ l’aria di essere una di quelle forme scolastiche, educative e descrittive dei fenomeni della natura ad uso delle scuole primarie occidentali. Oshumare è la mobilità e l’attività. Una parte dei suoi incarichi è quella di dirigere le forze che generano il movimento. E’ il padrone di tutto quello è allungato e disteso. Il cordone ombelicale è sotto il suo controllo e, di solito, interrato insieme alla placenta sotto un albero di palma che diventa di proprietà del nuovo nato, la cui salute dipenderà dalla buona conservazione dell’albero. E’ il simbolo della continuità e della permanenza. A volte è rappresentato sotto forma di un serpente arrotolato che si morde la coda. E’ arrotolato attorno alla terra per impedirle di disgregarsi. Se egli si indebolisse, sarebbe la fine del mondo…. una buona ragione per non tralasciare mai di fargli delle offerte. E’, allo stesso tempo, maschio e femmina; questa duplice natura è dimostrata dai colori rosso e viola che sono ai lati dell’arcobaleno. Egli rappresenta pure la ricchezza, una virtù delle più apprezzate nel mondo yorùbá. Certe leggende raccontano che, in altri tempi, egli era: “un –babalawo”, un indovino, figlio del -proprietario-di-una-sciarpa-dai-brillanti-colori- nel primo periodo della sua esistenza non si discostò da un comportamento meno che mediocre, per cui incorse nella disapprovazione dei suoi contemporanei. Il suo finale raggiungimento alla gloria e alla potenza è simbolizzato dall’arcobaleno che, allorché appare, fa esclamare alla gente: ‘ Guarda! Ecco Oshumare!’ il che comprova che egli è universalmente conosciuto e, come la presenza in cielo dell’arcobaleno, impedisca alla pioggia di cadere, in tal modo egli dimostra la sua potenza.” In un’altra storia si legge: “ lo stesso ‘babalawo’ Oshumarè viveva duramente sfruttato da ‘Olòfin’ re di ‘Ife’, il suo principale cliente. Ogni quattro giorni questi lo consultava per conoscere il suo destino, ma il re ricompensava i servizi di Oshumare con estrema parsimonia, tanto che Oshumare viveva in una condizione di semi miseria. Fortunatamente per lui, fu interpellato da Olokun, la regina di uno stato vicino, il cui figlio piccolo soffriva di un male sconosciuto; non riusciva neppure a stare in piedi sulle gambe, aveva delle crisi nervose durante le quali andava a rotolarsi nelle ceneri calde del focolare. Oshumare guarì il piccolo e ritornò a ‘Ife’, carico di regali e vestito con abiti prestigiosi del più bell’azzurro. ‘Olofin’, sorpreso da tanto improvviso splendore, pentito della sua avarizia passata, volle rivalizzare con la generosità della regina e, a sua volta, gli fece dei bellissimi regali e, in più, un abito di un bel colore rosso. Oshumare diventò ricco, rispettabile e rispèettato. Ma lo aspettavano tempi ancora migliori. ‘Olodumare’, il Dio Supremo, soffriva della vista; fece chiamare Oshumare e, una volta guarito, non volle più separarsi da lui. E’ da allora che ‘Oshumare’ vive in cielo e non è autorizzato a toccare la terra che di tanto in tanto, in quelle occasioni gli esseri umani diventano ricchi e felici.” Il luogo d’origine di questo orishà, così come quello di Obaluaye e di Nanan Buruku di cui parleremo nei prossimi capitoli, sarebbe nella regione Mahi dell’antico Dahomey, dove è chiamato ‘Dan’. Le perle azzurre, dette “segi” presso gli Yorùbá, li sono chiamate “danmi” –escrementi di serpente – in lingua fon, poiché la tradizione vuole che queste perle si trovano sotto terra dove sono state –evacuate- da dei serpenti ed hanno, si dice, un valore in oro corrispondente al loro peso.  “Dan” sembra che abbia, presso i ‘Mahi e i Fon’, un ruolo più importante di quello di Oshumare presso gli Yorùbá, come divinità che porta ricchezza agli uomini. C’è un altro orishà della ricchezza presso questi ultimi, chiamato “Ajè saluga” a “Ife”, dove dicono che sia giunto con i sedici compagni di Odudua. Egli è simbolizzato da una conchiglia di grandi dimensioni. Gli “orikì” di Oshumare proclamano che: “Oshumare rimane in cielo e controlla la pioggia che cade sulla terra. Arriva nella foresta e respira come il vento. Padre vieni nella corte affinché possiamo ingrandirci ed avere lunga vita.”

 Oshumare nel Nuovo Mondo

In Brasile le genti dedite a Oshumare portano delle collane gialle e verdi; il martedì è il giorno della settimna a lui consacrato. Quando i suoi iniziati sono posseduti da lui, sono adornati di “braja”, lunghe collane di conchiglie infilate in maniera da simulare le scaglie del serpente e recano in mano un “ebiri”, una specie di scopa fatta con le nervature delle foglie di palma legate in piccole fascine e dove l’estremità superiore è raccolta in forma di ansa. Portano pure, talvolta, un serpente di metallo o di ferro forgiato. Durante le loro danze i fedeli indicano con i due indici tesi delle mani sia il cielo che la terra. Gli assistenti per salutarlo gridano: “Aoboboi !!”. Gli si fanno offerte di anatre e oche, accompagnate da piatti di fagioli mischiati a mais e gamberetti, cotti nell’olio di palma. A Bahia Oshumare è assimilato a “San Bartolomeo”. La sue festa si celebra in un villaggio del suo stesso nome nei dintorni della città. I suoi fedeli ci vanno tutti il 24 di Agosto a bagnarsi sotto una cascata coronata da una condensa di vapore in cui il sole fa brillare permanentemente un arcobaleno.

Archetipo

Oshumare è l’archetipo delle persone che si augurano di diventare ricche. Sono pazienti e perseveranti nelle loro imprese e concentrano tutti i loro sforzi per raggiungere lo scopo. La loro tendenza alla duplicità può essere attribuita alla natura androgina del loro dio. Raggiunto il successo, diventano facilmente orgogliosi e pomposi e amano fare sfoggio del loro recente splendore. Non mancano tuttavia di una certa generosità e non si rifiutano di tendere una mano caritatevole a coloro che sono nell’indigenza.

Fonte: orixaspierreverger.pdf

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